La settimana delle massime. 7) Apparire

13 aprile 2010 – 11:33

Ero così già da adolescente: con un tasso di simpatia decente ma molto nascosto – che, facendo una media, si tramutava in accentuata antipatia epidermica.

Per essere simpatica devo essere ubriaca, o molto a mio agio, o con persone che mi conoscono talmente bene da fregarsene. E io devo potermi dimenticare di me stessa, almeno per cinque minuti.

Soffro di una iper-percezione dei miei processi emotivi, fisici e mentali. Ed è una iattura indescrivibile.

La settimana delle massime. 6) Essere

12 aprile 2010 – 09:32

Se esistesse una divinità dell’incostanza, sarebbe il mio nume tutelare.

Sono l’essenza stessa della mancanza di rigore.
Oscillo.
Accelero.
Inchiodo.
Ardo agghiaccio e scongelo (motivo per cui adoro gli ossimori).
Non sono mai riuscita a portare avanti un progetto per più di un tot. E se, in quel tot, il progetto si conclude, bene, mi è andata di culo.

Se no, rimarrà lì come un’altra, ennesima, odiosissima porta aperta che creerà correnti e spifferi per tutta la casa.

La settimana delle massime. 5) Sommare

10 aprile 2010 – 11:30

Amo gli uomini, mi piacciono. Mi piacciono le loro forme, il timbro basso delle loro voci, le mani quando hanno belle mani.

Mi piace quando cominciano a perdere i primi capelli e quando si ostinano a non capire niente di me (anche se c’è da dire che io mi ostino a non parlare abbastanza chiaramente).

L’errore che non mi sogno più di fare, però, è quello di pensare (o credere) che soltanto un uomo potrà esaurire ogni mio desiderio, ogni mia esigenza, che solo un uomo potrà farmi sentire realizzata, felice, appagata.

Con un uomo a fianco, potrà solo essere un po’ meglio o un po’ peggio di come già mi sento. Un più o un meno – all’incirca – diviso due, tendente all’infinito.

La settimana delle massime. 4) Amare

9 aprile 2010 – 12:28

Ormai sono rassegnata al fatto che l’amore è ciò a cui soprattutto tendiamo noi donne.

L’idea non mi è simpatica, mi piacerebbe fossero altre le cose a cui soprattutto tendere.

Poi rifletto, e mi dico che tutto ciò che desidero per me stessa – appagamento, fermezza morale, una spiritualità consapevole, bellezza e arte – è amore, declinato in altri tempi e modi verbali.

La settimana delle massime. 3) Soffrire

8 aprile 2010 – 10:25

Un periodo di merda è un perido fecondo. Non che mi piaccia soffrire, per carità. Ma mi piace la rivoluzione che la sofferenza mette in atto.

Quando la sofferenza inizia, sei vecchia; quando la sofferenza finisce, sei giovane. Giovane e rinnovata e piena di potenzialità.

La sofferenza è un’apnea nelle cavità di se stessi, dentro relitti di navi colate a picco, tra colonie di pesci bellissimi e spaventosi.

Esci dall’acqua, e l’immersione ti ha tolto peso e donato lucentezza.

La settimana delle massime. 2) Scrivere

7 aprile 2010 – 10:13

Pinkola Estés ci dice che, quando soffochiamo il Sé creativo e pazzerello che ci spinge a fare, un pezzetto di noi lentamente muore.

Io non posso non scrivere, ecco tutto. E, per quanto apprezzi leggere di arte, attualità e sociologia, non posso che scrivere di quel che so, di quel che esperisco quotidianamente. Quel che esperisco è l’ondeggiamento estenuante della mia interiorità – fatta di cose che incontro vedo vivo e sento, fatta di musica che ascolto e avvenimenti che succedono, di inconscio paure e proiezioni.

Detesto l’intimismo, per quanto alla fine ogni cosa che scrivo abbia un sapore speziatamente intimista.
Ma, ecco, l’intimismo mediato è il risultato a cui tendo: un sottilissimo filo tagliente che costringe lo sguardo ad essere vigile, i piedi saldi, un occhio dentro e un occhio fuori di sé.

Questo il mio obiettivo: sguardo di salamandra e abilità da giocoliere.

La settimana delle massime. 1) Ripartire

6 aprile 2010 – 11:59

«Passo e chiudo»: ma in realtà non chiudo mai veramente.
Quel che posso dire, a mia discolpa, è che ho una fottutissima paura di chiudere porte, spegnere luci, mandare a fanculo persone, e questo perché sono dipendente da sensazioni e cose e gente, cacciatrice inesausta di possibilità: tutto, tutti, sempre e per sempre, ora.

Ci provo, a chiudere, ma poi mi prende l’ansia. So fare molte cose: so suonare il pianoforte, parlare il francese, cucinare una torta al cioccolato strepitosa; so leggere le formule chimiche e capire testi di filosofia, so tenere pulita una casa, se voglio, e so stare zitta.

So fare un sacco di cose, ma non so chiudere i cerchi né comporre versi.
Non so chiudere porte, né storie a cui tengo, né i blog. Riapro. Tendo sempre a riaprire varchi.
Pare sia un problema; pare che, sotto questa patologica impossibilità a terminare alcunché, ci sia dello psichicamente torbido.

Quel che voglio dire, a mia parziale discolpa, è che – quando riapro spazi e valenze – è perché credo ne valga la pena, perché qualcosa è cambiato in me o fuori di me, e quella riapertura non ha proprio niente di diverso da un nuovo inizio.

A lezione da Flaiano

17 aprile 2008 – 11:31

Nell’arco di ventanni, tra il 1950 ed il 1970, Ennio Flaiano si appuntò alcuni pensieri attorno alla politica, la fede, Dio e la tivù, la società, gli uomini e le donne, i viaggi e le diverse culture. Pensieri confluiti in una delle sue opere più rappresentative: il Diario degli errori. Flaiano è di una modernità straordinaria (come quando parla, ad esempio, dell’agonia marcescente del Festival di Sanremo o della colpevole superficialità dell’italiano medio, anestetizzato – oggi come ieri – dalla sua razione quotidiana di panem et circenses).
Ma tra tutti i pensieri, ne voglio citare uno che mi piace particolarmente, e che trovo adatto a questo periodo. E’ un breve dialogo del 1967 che potremmo intitolare “Viviamo, grazie a Dio, in un’epoca senza fede“. Eccolo:

Chi ti ha creato e messo al mondo?
Non lo so.
Non è Dio?
E’ possibile. Ma siccome Dio ha creato e messo al mondo anche il ministro Mattarella e il ministro Andreotti, anzi sembra che la loro esistenza gli sia più preziosa e utile della mia, la cosa mi lascia indifferente.
Per quale fine sei stato creato?
Per dire di no.
A cosa vuoi dire no?
A te, principalmente.
Che cosa ti ho fatto?
Mi hai tolto la fede.

V

Una felicità vibrante

13 novembre 2007 – 14:23

Sono due notti che sogno il mio ultimo fidanzato. Nel sogno di ieri, lo contattavo per dirgli qualche sciocchezza che era solo pretesto. Gli permettevo, ancora una volta, di sbattermi il telefono in faccia e farmi del male. Nel sonno ero talmente incazzata con me stessa, e delusa dalla mia debolezza, che al risveglio ho dovuto andare a correre per smaltire l’adrenalina. Stanotte, invece, era lui a venire da me, nella mia casa di Milano. Andavamo sul terrazzo a parlare, e nel frattempo mi chiamava il suo amico del cuore (l’uomo di cui più sono stata gelosa, in passato, perché aveva da lui tutto ciò che avrei voluto per me stessa: attenzione, tenerezza, costanza e vacanze…), dicendomi di stare tranquilla, che Fabio mi avrebbe finalmente portato a Parigi e che per tutto il tempo della vacanza lui non si sarebbe intromesso tra noi. Ricordo solo di aver riso, e di avergli risposto che a Parigi con Fabio non ci sarei mai andata, che era tardi ormai. Nel sogno, un bell’uovo bianco, piccolo e grazioso, rotolava sul tappeto del mio cervello. Dolce dolce. E piano.
Ormai da qualche giorno sento nel mio corpo una sensazione di vibrante felicità; ogni cosa mi procura un’eccitante scossa a fior di pelle. Léggere, in primo luogo. Scrivere. E poi uscire, fare la doccia, guardarmi allo specchio, immaginarmi in un qualunque futuro… coltivare rapporti e crescere, scoprire piccole rughe, indossare un anello o mettere in ordine. Discutere, anche. Resettare rapporti e rivedere legami. Tutto, la totalità dell’esistere. E non è una felicità sorda, da stomaco pieno; non una sazia placidità. Sono ancora e sempre inquieta, mobile, instabile, insicura, paurosa e fuggente. Ma sono io come è l’aria tra i rami degli alberi millenari. Sto, e al tempo stesso vago. Cullo, e al tempo stesso scappo. Sono io con leggerezza, che è come immagino siano tutte le cose dotate di essere: sono. E questo gli basta.
Ho vissuto per anni in intimità con una castrante paura della competizione, con un’avvilente ansia da prestazione che mi tagliava le gambe. Per anni sono stata col culo per terra, perché alzarlo mi sarebbe costato troppo. Non solo, banalmente, troppo sbattimento, ma anche troppe energie che non avevo – nel frattempo impegnate a costruirmi una sicurezza, un volto, un’identità forte e autonoma. Per anni i miei bisogni emotivi da bambina abbandonata mi hanno risucchiato la vita, il desiderio, la speranza ed il futuro. Per anni ho passato pomeriggi interi sdraiata a letto con il mal di testa, e un’angoscia densa e non risolvibile.
Non dimenticherò mai quei travagliati pomeriggi nella mia stanza di Viale Papiniano, il rumore dei tendoni del mercato la mattina presto il martedì e il sabato, le voci cantilenanti dei commercianti e il silenzio ostinato del mio cuore. Non posso dimenticare la concitata sensazione che la mia vita non avesse un senso compiuto, che non ero all’altezza di viverla, la vita, che un baratro mostruoso stava risucchiando il mio presente. A nessuno ho permesso di avvicinarsi a quel grumo astioso e dolorante di impotenza e infelicità. Odiavo la mia vita, e le relazioni d’amore, che con facilità riuscivo a vivere e portare avanti, erano il mio particolare modo per non restare del tutto sola con me stessa. Ma a quegli uomini, poveretti, non ho mai dato nulla di me stessa se non il mio corpo e, a volte, il mio intollerante brutto carattere. Che pena, la ragazza che ero.
Se in un’immagine dovessi racchiudere quello che mi è rimasto di quegli anni, è il ritratto di un volto con gli occhi sbarrati e la bocca cucita, nessuna bocca, nemmeno labbra. Un volto senza voce e senza respiro. Oggi, invece, c’è un grande sorriso, più grande e più bello del mio reale sorriso, una porta spalancata su denti bianchi e regolari, occhi socchiusi e una girandola di colori e battiti di cuore.
Quegli anni sono stati ammalati, ma fecondi. Il mio sorriso non avrebbe questa qualità non consueta e non banale, se non avessi blindato la mia anima alla vita per tutto quel tempo. Forse è per questo che amo tanto gli scrittori russi: la sconfinata maestosità della grande madre Russia che tutto accoglie e tutto placa nel rigore ineludibile dei suoi inverni eterni; la lentezza non scandibile del tempo che rende immote le acque e gli animi; la saggia pazienza di una lunga gestazione che germina e procrastina. Tutto questo tempo, questa immensità, questa calma apparente hanno creato Guerra e Pace, hanno dato vita a Raskolnikov e a Cicikov, a Ivan Karamazov, figure esemplari e paradigmatiche di tutto ciò che può trovarsi nell’uomo.
Sono innamorata, lo ammetto.
Sono perdutamente innamorata della vita che per anni ho tagliato fuori. E’ riduttivo racchiudere gli anni in una parola tanto breve e tanto rapida: anni di non vita hanno significato ore e minuti e attimi tutti uguali a se stessi, tutti con la stessa annichilente ciclicità, mattine in cui svegliarmi era un tormento insopportabile, e il sonno della notte – rimandato fino all’ultimo per non rischiare l’insonnia – momentaneo sollievo. Vuol dire essermi chiesta migliaia di volte se e quando qualcosa sarebbe cambiato, se e quando avrei avuto la forza, la fortuna o il coraggio di.
Ora sono lontana. Sono dentro me stessa. E’ un pensiero che mi commuove, che mi meraviglia e che mi spalanca la bocca. Tutto il resto è solo accidente, l’essere è ciò che resta.
V

Merleau-Ponty e il chiasmo delle mani

11 novembre 2007 – 14:47

Siamo arrivati davanti al nostro solito locale che tirava un vento freddo di mare. La Carletta aveva uno dei suoi tipici vestitini cortissimi e attillati, cintura bassa e giacca di pelle marrone. Era graziosa, come sempre. Come sempre, il suo naso si arriccia quando sorride, e gli occhi azzurri struccati danno un senso di simpatica allegria. Mi stava aspettando per la cena. La Cate, tutta in nero (capelli neri, occhi neri, vestito nero e piumino) ci ha raggiunto mentre aspettavamo le nove e mezza fumando. Giacomino si godeva il suo mozzicone di sigaro toscano lontano dalla sua teutonica fidanzata-robot, e i miei occhi vagavano qua e là, chiaramente indirizzati.
Sì, lo so. Dopo l’immagine eroticamente fulminante di domenica scorsa – Carlo alla consolle che mette dischi con la sua aria da maschiaccio – ho cercato di stordire le mie sensazioni con la definitezza apollinea e rassicurante della forma letteraria. Ho mangiato letteratura per stoppare i languori del mio stomaco esigente, e ho rigurgitato rassicuranti frammenti di cultura. Ma chi voglio prendere in giro. Ieri sera, prima di uscire, sono stata talmente disonesta con me stessa da mettermi addosso le prime due cose che avevo lasciato da giorni a penzolare sulla sedia, non prima, però, di aver provato mezzo guardaroba: abiti, gonne, autoreggenti, trasparenze e tacchi. Poi mi sono sentita ridicola (o insicura), e ho pensato che i sogni è meglio lasciarli ben chiusi a riposare dietro le palpebre, o al limite nelle parole sperse di un blog. Allora mi sono infilata un paio di vecchi jeans, un maglioncino nero girocollo e stilavali. Cappotto, e profumo. Credo che in parte fosse anche un gesto scaramantico: quando avevo conosciuto il mio precedente fidanzato, più di tre anni fa ormai, in agosto, io ero irritata con me stessa perché non avevo avuto voglia di lavarmi i capelli, ancora fatti di salino per la spiaggia del pomeriggio. Ma qui non si tratta né di fidanzati né di capelli: ognuno è, grazie a dio, al proprio posto.
Ceniamo e siamo in dieci al tavolo: si beve champagne, ne mando giù parecchio. Carlo sta mangiando lì vicino, mi dà le spalle. Carletta ogni tanto mi guarda e mi sorride arricciando tutto il naso: è l’unica a cui ho raccontato la mia fantasia. Mentre sono più le cose che lascio nel piatto che quelle che mangio – o al massimo, le divido con Lorenzo – Maurizio mi riprende: “L’altra, lì”, e mi indica, “si veste sempre come se dovesse affrontare il gelo polare: accollata fino al mento, chiusa e impacchettata, che non si vede niente”. Gesticola, e tutti ridono. Poi mi lancia uno sguardo penetrante e conclude: “Ah! Se io fossi te, vedresti cosa combino in giro!” Affermazione che, tutto sommato, decido di prendere come complimento.
Ogni tanto mi ritrovo a dare un’occhiata alla schiena che, in linea d’aria, si trova ad un metro e mezzo da me. La guardo, Carletta mi guarda, ridiamo, e decido di fare come per l’abbigliamento: una bella alzata di spalle, e poi chi se ne frega.
Il locale si riempie velocemente, e la serata trascorre tutta con noi del gruppo che, a turno, balliamo, salutiamo conoscenti ed ex, teniamo lontani personaggi sgraditi, e percorriamo i dieci metri del locale affollato per uscire a fumare. Attività che ci prendono molte ore in un rilassante niente di niente.
Ogni tanto guardo – quello sguardo indirizzato di cui parlavo all’inizio – e ogni tanto mi lascio guardare.

… E infine, mentre ritornavo da un giro fuori, nel percorrere il breve corridoio mi sono ritrovata faccia a faccia con Carlo. La gente era talmente tanta che non si riusciva ad andare né avanti né indietro. L’unica cosa che ho potuto fare è stata guardarlo, guardarlo dapprima con ironica curiosità (toh, chi si vede…), guardarlo poi con la nuova consapevolezza creata da ore e ore di fantasie e immagini (ecco l’oggetto del mio desiderio…). Ma fantasie e immagini riguardano me sola, sono state in questi giorni la mia ora d’aria, il mio carburante, il mio lusso e la mia trasgressione. Quello sguardo, invece, riguardava noi due. Era relazione.
Ci siamo ritrovati di fronte. Come sempre, senza dirci nessuna parola. L’ho guardato, in quell’immobilità calda fatta di corpi ammassati, l’ho guardato e subito ho pensato che, no, sarebbe stato umiliante continuare a guardarlo se lui avesse fissato lo sguardo in un’altra direzione: che so, dietro di me, di fianco, o anche in aria o per terra. Eppure, istante dopo istante, decidevo di rimanere lì, e scoprivo con fugace meraviglia che anche lui rimaneva lì, piantato in questi miei occhi, fermo, intenso.
Ho pensato che sarebbe stato umiliante se lui non mi avesse guardato; ma mi guardava, e la paura è diventata pudore. Mi sono sentita nuda, e senza volerlo ma volendo nascondermi, ho abbassato lo sguardo e deciso di provare a fare un passo in avanti. Impossibile. Perché nell’attimo in cui ho abbassato gli occhi, lui ha alzato la sua mano all’altezza delle spalle, e io mi sono chiesta, del tutto impreparata, cosa volesse quella mano. Forse un saluto silenzioso, un pat pat amichevole? Improvvisamente spaesata, ho alzato a mia volta la mano, quella sinistra vicino alla sua, e ho provato a fare un gesto di saluto (e pensando al tempo stesso che razza di saluto è tra due persone che se possono si passano a fianco evitando di parlarsi, ma sempre sotto fiuto l’uno dell’altro?).
Alzando a mia volta la mano, lui l’ha presa nella sua. Non l’ha stretta, non l’ha massaggiata, non ha tentato uno di quegli impacciati baciamano degli uomini senza fantasia. L’ha presa, e toccata. L’ha toccata, e accarezzata. E accarezzandomi – abbastanza a lungo da non potermi sbagliare sulle intenzioni di quel tocco – proseguiva il suo sguardo. Ho risposto a quella carezza, e le nostre mani sono diventate il chiasmo dei sentimenti contraddittori, di eleganza e animalità, di desiderio e fuga, silenzio e contatto. Erano mani toccanti e toccate, ma non semplicemente e banalmente perché la sua era toccante (ovvero, il principio del moto e dell’azione) e la mia toccata, soggiogata e agìta; erano mani che si toccavano elevate alla seconda, perché anch’io toccavo lui come lui si lasciava toccare da me. E’ stato scambio di liquidi, umori e sesso. E’ stato un sesso inaspettato e trasgressivo. Gli ho idealmente mostrato la gola in segno di resa, e mantenuto per il resto della serata il mio silenzio come segno di “altrove”, closed, ma forse, al prossimo incrocio…
V