Quella volta che

26 aprile 2010 – 08:59

Stavo tornando da fare la spesa quando, complice il sacchetto pieno di delizie che portavo in mano, mi è venuta in mente quella volta in cui mia madre mise la nutella in frigo. Io la cercavo disperatamente in dispensa, buttavo giù barattoli di pesche sciroppate e crocchette per il gatto, quando mi arresi: «Madre, dov’è la nutella?!» e lei rispose, candida come una colomba: «Ma in frigo, Vale!». In frigo?? Rimasi stecchita.
Le spiegai pazientemente che, nonostante non fossimo consumatori compulsivi di nutella, era Verità Universalsamente Nota che la nutella non va in frigorifero.

E allora, per duecento metri, ho fatto il giochino del “Quella volta che”, e non è che mi siano successe chissà quali cose, nella vita, ma ce ne sono alcune che non potrei mai dimenticare (occhio che sono stronzate, eh?).

Quella volta che il mio primo fidanzatino del liceo mi disse, ammirando sognante i miei occhi: «Hai delle ciglia lunghissime, tesoro». Poi, allontanandosi con aria già più critica, come a prendere le misure, concluse: «Perché non te le tagli un po’?». Fine del Fidanzatino del Liceo.

Quella volta che (purtroppo recentissimamente) alla Triennale di Milano, uscendo dalle porte in ferro che portano ai bagni, vidi un uomo bellissimo che arrivava nella mia direzione e, presa da incontenibile emozione, spinsi l’anta con troppa foga. La porta mi si richiuse immediatamente sul naso rimbombando mostruosamente per tutta la Triennale. Quando la riaprii, l’uomo bellissimo mi stava ridendo in faccia (assieme a tutti gli avventori presenti). [Sappiate che mi sto ancora vergognando moltissimo...]

Quella volta che, cucinando delle piccole deliziose bavaresi per una delle mie tante dolci metà, e seguendo a menadito la ricetta sul manuale, dimenticai di frazionare le dosi della colla di pesce. Uscite dal frigo, le bavaresi alla fragola erano pronte per essere usate come pallettoni da cannone.

(Variante della Bavarese è la Volta degli Spinaci. Ero a Bologna e stavo cucinando degli spinaci con M. quando, presa dall’animosità del discorso e voltandomi bruscamente verso di lui, il polsino della camicia che indossavo si impigliò nel manico della padella e gli spinaci, compiendo una magnifica parabola aerea, si seminarono su tutto il pavimento. Ammutolimmo all’istante.
Ci sarebbe anche la Volta della Bottiglia di Vino Rosso, ma, insomma, ormai avrete capito che quando mi trovo in cucina divento piuttosto emotiva…)

Quella volta che a novembre, al primo appuntamento con uno che sarebbe diventato un’altra breve metà, nello scegliere il locale in cui andare a bere lui mi chiese: «Ci sediamo qui, ti va? Così possiamo stare nel dehors e fumare, se non hai troppo freddo… ci sono i funghi!» e io risposi argutamente: «Ma dai? Ti piacciono i funghi? Anche a me, moltissimo!».

V

Credetemi (e se non riuscite ad arrivare alla fine del post, sappiate che vi capisco)

24 aprile 2010 – 10:37

Comunicare è un casino. Soprattutto quando una persona, a un certo punto del discorso, ti dice «Posso parlarti sinceramente?», e io penso: perché, fino a questo momento mi hai parlato insinceramente? Un casino, dico. E non solo comunicare a voce, ma anche per iscritto. Ho scritto milioni di lettere, mail, messaggi. Mi sono scorticata le dita e il cervello per affinare con le parole i miei concetti, per renderli più possibile rispondenti al vero. Non ci sono riuscita un granché.

Immagino sia prerogativa delle persone complicate (e non c’è autocompiacimento in questo, credetemi). Quando dico una parola o una frase, subito mi interrogo su come l’ho detta, come l’ho pensata, a chi l’ho detta e come quest’altra persona l’ha interpretata. E se la persona in questione mi risponde, cavolo, le cose si ingarbugliano. Perché allora mi interrogo se quel che ha detto e come l’ha detto risponde al modo in cui pensa, e quale obiettivo voleva raggiungere dicendo quella cosa in quel modo, se è stata la mia affermazione precedente a scatenare quella risposta e se sarebbe stata una risposta diversa se diversa fosse stata la mia affermazione. E poi c’è tutto l’aspetto della comunicazione non verbale. E poi c’è l’inconscio, che vallo a capire.

Insomma, si crea un’impasse. Si crea impotenza. E più voglio afferrare i significati profondi di una conversazione profonda, meno afferro, perché arrivo al punto in cui non so più distinguere tra l’oggettività delle cose che si dicono e le ombre di quel che vorrei si dicesse ma non si dice. Provatela a definire, a delimitare, ad acchiappare un’ombra! L’ombra sono le aspettative, i desideri, il bisogno di essere compresi e di avere esattamente quel che non si ha il coraggio di chiedere. E chi di noi, signori, ha mai esattamente quel che vorrebbe avere nell’istante in cui scopre di volerlo?

Non ci capisco più nulla, credetemi.

Qualche giorno fa ero nel bel mezzo di una telefonata di questo tipo. In cui la sensazione, durante e dopo la chiamata, è stata quella di non averci capito una sega, dal principio alla fine. Un’ora e mezza di seghe, se mi passate il francesismo.

Il fatto è che, da un lato, le cose – tutte le cose – sono drammaticamente complicate, labirintiche, frammentate da milioni di specchi deformanti. Dall’altro sono semplici in maniera disarmante. E ciò che le rende semplici, tutte le cose, sono i fatti.

A una persona che mi chiede: posso parlarti sinceramente?, l’unica risposta sincera sarebbe stata: no, voglio che tu agisca sinceramente. Se una persona dice: mi sei cara, mi aspetto che me lo faccia capire a gesti (e non quelli dell’alfabeto muto). Quando mi sento dire: ti voglio bene, desidero che quell’affetto assuma una forma intelligibile, concreta, fattuale. Altrimenti, credetemi, sono solo parole, e le parole sono solo seghe.

Ecco, poteva sembrare un post cervellotico. In realtà, è soltanto un post molto banale. Il cui concetto è: se vuoi che creda alle tue parole, sinceramente, falle seguire dai fatti, semplicemente. Tutto qui.

V

P.S.
Una strana comunicazione di servizio, che non semplifica le cose o forse sì.
Questo post, scritto una decina di giorni fa, aveva un interlocutore ben preciso, nascosto in quel “tu”.
Poi, dopo averlo scritto e indirizzato, ho cambiato idea e, siccome di quel “tu” a un certo punto me ne è fregato meno di niente, credevo non valesse la pena pubblicarlo.
Infine, siccome quel “tu”, oggi, non ricordo nemmeno più chi diavolo sia, e pensando che è pur sempre un post che contiene un’idea in cui credo, ho deciso di pubblicarlo. Tutto qui!

Banalità (mi piace/non mi piace)

22 aprile 2010 – 13:13

Prendo in mano Amore Liquido di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta.

Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d’amore.

Legamelegacciolegare. Sono termini che fanno paura e rimandano a un immaginario di clausura, prigionia o asfissia.
Mi piace abbastanza il termine “legame”, ma non mi piace il termine “legare”. Preferisco “impegno“. Non c’è stata volta, nella mia vita, in cui impegnarmi in qualcosa (un compito in classe, un’amicizia, un esame o una relazione) non mi abbia alla fine ripagato della fatica. Talvolta è stato anche il solo atto di impegnarmi, di metterci del mio, di crederci e andare avanti, il “premio”, e nient’altro. Non è che tutto deve sempre provenire dall’esterno a dirci quanto siamo bravi belli e fighi.

Mi piace il termine “responsabile“. Mi piace il termine “riconoscere” (io mi riconosco in te, e tu mi riconosci. Tra mille milioni di persone e possibilità, tu riconosci proprio me… è un pensiero vertiginoso!) Mi piace il termine “relazione“, essere “in” relazione. Mi piace l’attimo di eternità che c’è in quella piccola particella.

Poi l’eternità finisce, e inizia il vocabolario del disamore. Dove non mi piace quel che leggo. Perché, anche se la rottura l’ho voluta io, anche se la rottura è stata un atto di democrazia e comune volontà, “rottura“, “abbandono“, “addio” sono termini che non mi piacciono lo stesso. In quell’abbondanza di lettere e sillabe, c’è tutto un intero requiem che suona per te, per me, dall’Introitus alla Communio passando per il Dies Irae e il Lacrimosa.

Senza considerare che, in ogni rottura, c’è uno dei due che volta le spalle e se ne va; mentre l’altro, per un po’, rimane ancora legato. E’ un’immagine triste, come quelle bandiere per gran parte scollate dall’asta e sono lì lì per scivolare a terra. Come le camicie messe ad asciugare, quando un colpo di vento ne stacca un braccio dallo stenditoio. Uno resta, uno va.

Non mi piace nulla di tutto questo. Chiedo solo di vivere “in” quell’attimo di eternità, e che rimanga tale a dispetto di ciò che accade intorno. Chiedo solo che, mutatis mutandis, un sentimento o un legame non si trasformino per forza nel suo opposto, la morte in luogo della vita, l’indifferenza in luogo del riconoscimento dell’altro, la rabbia invece dell’affetto.

V

Perché tutto si tiene

20 aprile 2010 – 12:00

Leggo qui dell’articolo di Massimo Fini sulle donne, e leggo con attenzione anche la giusta replica di Marina. Devo ammettere che a me l’articolo di Fini, in più punti, ha fatto venire da ridere (usa espressioni talmente buffe! Ad es.: «Ma state a casa, cretine, a fare figli», «Al primo singhiozzo [il pianto delle donne] bisognerebbe estrarre la pistola», e la stupenda «Ma come, io [uomo] faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare?»). Insomma, un umorista nato.

Le sue “argomentazioni” sono così grossolanamente volgari, ingiuste e ignoranti da non meritare di essere prese in considerazione; diciamo che il Fini si commenta da sé, e dà esattissima misura di quel che vale – e di quel che vale il suo pensiero – scrivendo quel che scrive. Non c’è bisogno di star qui a raccontarsi che “scopare” con gli uomini non è sempre così appagante come loro credono, e mi spiace per i loro sforzi, ma spesso gli sfugge del tutto l’abc dell’anatomia femminile, ai signori maschi, e questo è un problema che nessun consumo di calorie, gesto acrobatico o dispendio di sudore riuscirà mai a superare.

C’è però un aspetto serio nelle riflessioni che Massimo Fini, involontariamente, ha suscitato in me. Ed è questo: c’è qualcosa di sbagliato in questa rigida distinzione maschile/femminile che la nostra società e la nostra cultura continua a portare avanti. C’è, anzi, molto di sbagliato in tutte le distinzioni aut-aut che il nostro pensiero occidentale continua a fare.
Io capisco i pregi della semplificazione, ma vedo anche i tragici limiti del semplicismo. E ostinarsi a guardare il mondo e le nostre categorie alla luce di opposti, di qualunque tipo (bene/male, bianco/nero, giusto/sbagliato, bello/brutto, positivo/negativo) è limitante. Non è solo una questione che gli opposti si attraggono o che esistono le sfumature. E’ un discorso al tempo stesso più complesso e molto più semplice.

E’ che tutto si tiene, che nel maschile ci sono qualità femminili e viceversa, è che il bianco (assoluto) e il nero (assoluto) esistono solo come categorie mentali e non reali. Se prendiamo ad esempio le filosofie orientali, ci rendiamo conto che nulla è mai così come la nostra mente lo analizza e lo sintetizza, perché in ultima analisi ogni cosa dipende da ogni altra cosa, tutto è legato a tutto.
Per restare in tema: il mascolino e il femminino sono qualità che tutti abbiamo, indipendentemente dall’essere uomo o donna, e sono complementari, non opposte. Non si fanno la guerra, ma operano per trovare la pace.

Mi rendo conto che sto facendo della facile teoresi. Ma, esemplificando al massimo e portando la mia esperienza, posso dire questo: mi sono sempre sentita molto “femminile”. Molti sono gli aspetti caratteristici dell’archetipo femminile che io mi riconosco (l’empatia, la capacità di accogliere, l’adattabilità, l’istintività e così via). Ma, al contempo, mi sono sempre sentita molto “maschile”, perché negli anni ho sviluppato qualità che sono tipiche dell’archetipo maschile, come la forza, la razionalità, l’aggressività.

Un uomo come Massimo Fini, che fa di tutta l’erba due fasci e li divide salomonicamente, ecco, mi fa pensare che non abbia capito nulla della propria natura, del proprio essere uomo, e abbia una fottutissima paura di ciò che non rientra nelle regole, negli schemi. Le regole e gli schemi ci servono per incasellare, razionalizzare, ordinare e poi dire «Oh, che soddisfazione! Ogni cosa è al proprio posto!».

Ho una notizia buona e una cattiva. Quella cattiva è che le cose non sono mai “al loro posto”. Quella buona è che non si tratta affatto di una cattiva notizia.

V

Il laureato (sulla voglia e il desiderio)

19 aprile 2010 – 10:48

Domenica pomeriggio, approfittando di una giornata di pioggia, ho guardato per la prima volta Il laureato. Non che non ne conoscessi la storia, alcune scene e, soprattutto, la bellissima colonna sonora. Ma non mi ero mai presa la briga di vederlo. Un po’ come è accaduto per Qualcuno volò sul nido del cuculo o La grande abbuffataAustralia (be’, questo qui potete serenamente saltarlo). Insomma: ci sono film che conosci anche senza averli mai visti, ma questo laureato andava proprio visto.

Poi, siccome mi è piaciuto moltissimo, sono andata a fare quattro passi tra le recensioni, e devo dire che non mi trovo d’accordo con nessuna di quelle che ho letto. La maggior parte di esse mette l’accento sull’aspetto, tra virgolette, politico della vicenda, quella rottura dell’anticonformismo borghese che precede di qualche mese il Sessantotto. Non che manchi questo aspetto, per carità. Ben Braddock è un gran testadicazzo, fa a modo suo e non sta a sentire nessuno. Galleggia in piscina, disfa letti d’albergo e, a 21 anni, ha la vitalità di una triglia morta, finché… Finché incontra lei. E anche con lei riesce a comportasi da gran testadicazzo.

Il fatto è che Il laureato non è una storia politica e non è una storia d’amore – tanto meno una storia d’amore a lieto fine. Certo, il lieto fine c’è. Ma non è poi così lieto. Qui sta la straordinarietà della vicenda e di chi l’ha diretta. Questo film è un manifesto ante litteram della nostra società. E’ la locandina visionaria di quel che si trasmette oggi su questi schermi che sono le nostre vite.

Ricapitolando: c’è un ragazzo-uomo annoiato. Ha raggiunto un obiettivo (la laurea) ma non ne ha un altro in vista. Il fatto di non avere un altro obiettivo in vista lo rende sociopatico e annoiato, e lo fa cadere tra le braccia di un’altrettanto annoiata signora quarantenne. Ci si diverte un po’, cammin facendo le dice anche cose terribili (tipo che lei è patetica, che la loro liaison è squallida e che andare a letto con lei è quanto di più brutto abbia mai fatto in vita sua), ma continua a vederla.

Quando incontra Elaine, che è bella, giovane e fresca, decide di volerla. La vuole. E fa cose da matto pur di averla. Corre, sbraita, mente. All’improvviso la triglia dà un colpo di coda e si dimena affannosamente nell’acqua.
Il punto è che lui non sa niente di lei (e lei non sa niente di lui, se non che è andato a letto con sua madre, ma questo sembra non impedirle una deformata visione romantica di quell’ometto lì) e non è esattamente lei che vuole. Vuole l’obiettivo, vuole l’adrenalina, vuole avere uno scopo. Ma poi, quando lo scopo è raggiunto e lui scappa con la giovane e fresca Elaine, non c’è spazio che per un magro sorriso e, subito dopo, il vuoto. Sapete quel tipo di faccia che si fa quando per la testa passa la mefitica frase «E adesso?».

Quei due non hanno un progetto, non hanno un desiderio, non hanno nulla. Nel loro sguardo perso e vuoto galleggiano i resti della triglia morta-rediviva-morta, galleggia lo stesso vuoto pneumatico che c’era all’inizio, perché volere è diverso da desiderare, perché volere, il più delle volte, è un capriccio che si esaurisce nell’arco di poche ore.
Nessuno, quando esce a fare shopping, dice «Desidero un paio di scarpe nuove», ma dice: «Voglio un paio di scarpe nuove». Il grande guru del Nulla contemporaneo, Moccia, non ha scritto «Ho desiderio di te», ma «Ho voglia di te». E questo perché è più facile togliersi una voglia che realizzare un desiderio. La voglia è una sensazione epidermica di facile consumo, e infatti si consuma in fretta. E’ un prurito. Il desiderio, invece, è un fuoco che arde e che – scusate il gioco di parole – hai voglia ad estinguerlo!

Ecco, Il laureato è tutto questo: uno straordinario affresco sociologico di quel che siamo oggi, spinti per inerzia a volere qualcosa che non ci appaga e non potrà mai appagarci, ma ripagati in parte dalla facilità con cui riusciamo a ottenerlo.

V

Se telefonando

18 aprile 2010 – 11:36

Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico.
Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, li odiavo – mi sembrava fossero oggetti volgari. Nessuno dei due ne possedeva uno.

Per sentici, M. doveva telefonare a casa mia (con tutto che all’inizio la nostra storia era, come dire, non proprio ufficiale) e io dovevo chiamare un centralino che, se andava di culo, suonava libero e, se proprio era la mia giornata fortunata e M. era in camera, avevamo a disposizione 20 minuti per parlare. Altrimenti ciccia. Il più delle volte era ciccia.

Era il tempo delle schede telefoniche colorate (sulle quali, con l’uniposca, scrivevo la data di utilizzo) e dei telefoni pubblici. Quello in piazza Calvi era il mio avamposto. Qualche volta c’era Silvia con me, e passeggiavamo davanti a quella cabina aspettando l’ora giusta per chiamare, ché, a quel tempo, spesso ci si dava un appuntamento anche per sentirsi.

Ed era il periodo in cui leggevo Roland Barthes, che ha scritto le pagine più belle sulle dinamiche tra innamorato e telefoni (tirare su la cornetta per sentire se è libero, non allontanarsi mai più di qualche metro dall’apparecchio, urlare ai propri genitori di non tenerlo occupato e, nei casi più estremi, evitare di uscire o farsi la doccia per non rischiare di perdersi la chiamata, con il cuore che, a ogni trillo, saltava in gola e cercava di uscire dalla bocca per arrivare a rispondere per primo).
Insomma, in quel continuo picchettare telefoni c’era della magia, c’era del sogno in quel rincorrersi e chiudersi in camera o abbracciare un apparecchio arancione mentre le macchine strombazzavano a pochi metri da noi. C’era poesia. C’era incanto.

Quella è stata la mia educazione sentimentale.

Sono rimasta sensibile all’affaire telefono. L’avvento in massa dei cellulari, gli sms (i primi ricordo che li trascrivevo su un taccuino, ne contavo i caratteri, li imparavo a memoria), la possibilità di beccarsi in ogni momento e in ogni luogo… be’, mi parve il paradiso in terra. Il paradiso in terra, come ogni paradiso in terra che si rispetti, ha però un grave limite: ha la data di scadenza stampigliata con chiarezza sul retro.

Oggi come oggi ho due telefoni cellulari, un fisso a Milano, un account Skype, un fisso a Imperia (che non è lo stesso numero dei miei genitori, ma una linea distinta) e qualcosa come tre o quattro caselle di posta elettronica. E in tutta questa ricchezza di mezzi di comunicazione, aggeggi, caricabatterie, password e prese della luce intasate (i pin ho capito subito che erano al di là delle mie possibilità mnemoniche e li ho eliminati in un batter d’occhio), be’, non mi sono mai sentita così vuota e sola e povera di parole. Quelle che contano, intendo.

V

Esistenzialismo, languori e risate

16 aprile 2010 – 09:10

Sapete quei libri americani di self-help sulle relazioni tra i sessi? Di cui il capostipite – e il migliore di tutti – è senza dubbio La verità è che non gli piaci abbastanza? Ecco, io li adoro: li compro, li leggo e li sottolineo pure.
Un po’ di tempo fa, alle prese con una catastrofe sentimentale, una sera mi dissi: ho letto tanto, ho vissuto un bel po’ di situazioni, conosco abbastanza bene i rapporti uomo-donna, che ci vuole? Scrivo anche io un libercolo sulle relazioni tra i sessi!

Impossibile. A pagina 3 ho gettato la spugna. Mi manca la brillantezza, il ritmo incalzante e cinematografico degli scrittori americani, mi manca la loro capacità di essere leggeri sugli argomenti più dolorosi. Per dire: io, a metà della seconda pagina del mio esperimento libresco, stavo già piangendo come un vitello.

A ciascuno il suo. Ho letto un bellissimo post, qualche giorno fa, in cui l’autore diceva di essere geneticamente affetto da languore. Ho subito capito di che parlava, perché sotto sotto parlavamo la stessa lingua.
Certo, io non ho i languori, e la decadenza mi piace ma relativamente. Piuttosto, sono affetta da esistenzialismo cronico. I grandi vecchi dell’esistenzialismo francese, quei geni del male che parlano dell’assurdità tragicomica della vita, che raccontano il relativismo e la perdita di punti di riferimento.

Ecco. Io mi piazzo lì in mezzo. Diciamo pure che ci sguazzo. Ma non demordo: prima o poi scriverò qualcosa che vi farà crepare tutti dalle risate… E’ una minaccia, signori.

V

L’uomo Ratzinger

14 aprile 2010 – 11:07

Ricordo che, quando elessero papa Benedetto XVI, rimasi male. Quell’uomo non mi piaceva, non mi piacevano i suoi occhi cerchiati di nero, e nemmeno la sua fama di teorico reazionario e inflessibile. Mi sembrava un enorme passo indietro rispetto alla grande umanità empatica di Giovanni Paolo II.

Quel che sta emergendo nelle ultime settimane – gli scandali sugli abusi sessuali, l’omertà della Santa Sede – è un fatto gravissimo. Ma è proprio in questo contesto così torbido, così smaccatamente sbagliato e rivoltante che, per la prima volta, Ratzinger suscita in me reazioni diverse da quell’iniziale antipatia epidermica.

Ovviamente sono consapevole del fatto che non si possono elaborare giudizi e punti di vista sulla base di emozioni, impressioni e simpatie a pelle. Ci sono i fatti, la cronaca, le informazioni. Ma c’è un aspetto che mi stride, quando rifletto sull’accanimento delle innumerevoli accuse che vengono mosse al pontefice e alla Chiesa cattolica.

Giovanni Paolo II era umano; aveva una chimica talmente felice da renderlo immediatamente amato e compreso. Benedetto XVI non è dotato della stessa chimica felice, anzi. La questione sta nel fatto che, in entrambi i casi, i giudizi sono tagliati con l’accetta: tutto il buono da un lato, tutto il male dall’altro. E io provo una spontanea diffidenza verso i giudizi netti e senza sfumature.

Questo papa sta vivendo uno dei periodi più bui nella storia della Chiesa. Ha commesso errori gravissimi, e la sua posizione dire che è scomoda è dire poco. Ma io penso all’uomo Ratzinger, all’individuo che, una volta spenti i riflettori, si ritrova da solo con se stesso, nelle sue stanze, magari prima di addormentarsi. Quell’uomo suscita in me una grande pena.

Ho letto un articolo su La Spampa, qualche giorno fa. Si diceva che la Chiesa, in una società come la nostra invasa dal relativismo morale, si pone come fine ultimo quello di essere un punto di riferimento solido e certo per le questioni di etica. E’ chiaro che, oggi come oggi – attaccata da ogni parte, e credo non del tutto ingiustamente – la Chiesa sia più che mai traballante in questo suo ruolo. Ma credo anche che, se c’è una persona convinta di questa sua funzione regolatrice, questa persona sia Ratzinger.

Mi dà l’impressione di una massaia che, alla prese con una sporcizia pervicace, tenta il tutto per tutto nascondendo la polvere sotto i tappeti e i letti di casa. Si dà un gran daffare, pur sapendo che la sporcizia tornerà ben presto a galla.

Ecco, oggi io vedo Benedetto XVI come un uomo alle prese con qualcosa di più grande di lui, un uomo schiacciato, un uomo impotente. Questa sua impotenza, il peso di questa condanna senza appello continua e dilagante, ecco, lo rendono umano ai miei occhi.

In questo mio voler vedere l’aspetto umano di un pontefice discutibile e ambiguo non c’è una sorta di assoluzione morale per quel che ha fatto o quel che è accusato di aver fatto. E’ piuttosto una sospensione del giudizio. Un voler credere che da un lato ci sono responsabilità e azioni oggettive che vanno chiarite e valutate nel modo più obiettivo possibile; e che, dall’altro lato, c’è un individuo costretto a portare un peso – il peso della condanna, del giudizio senza sfumature e senza attenuanti – che è insostenibile e sfiancante.
Quell’uomo – non il pontefice, non la guida spirituale – merita che io, cattolica non praticante e forse nemmeno credente, su di lui al momento sospenda ogni facile dagli all’untore.

Update: linko qui un interessante articolo che mi è stato segnalato da un commentatore.

V

La settimana delle massime. 7) Apparire

13 aprile 2010 – 11:33

Ero così già da adolescente: con un tasso di simpatia decente ma molto nascosto – che, facendo una media, si tramutava in accentuata antipatia epidermica.

Per essere simpatica devo essere ubriaca, o molto a mio agio, o con persone che mi conoscono talmente bene da fregarsene. E io devo potermi dimenticare di me stessa, almeno per cinque minuti.

Soffro di una iper-percezione dei miei processi emotivi, fisici e mentali. Ed è una iattura indescrivibile.

La settimana delle massime. 6) Essere

12 aprile 2010 – 09:32

Se esistesse una divinità dell’incostanza, sarebbe il mio nume tutelare.

Sono l’essenza stessa della mancanza di rigore.
Oscillo.
Accelero.
Inchiodo.
Ardo agghiaccio e scongelo (motivo per cui adoro gli ossimori).
Non sono mai riuscita a portare avanti un progetto per più di un tot. E se, in quel tot, il progetto si conclude, bene, mi è andata di culo.

Se no, rimarrà lì come un’altra, ennesima, odiosissima porta aperta che creerà correnti e spifferi per tutta la casa.