
Faccio un bel lavoro.
Quando andai a Roma a seguire un corso di tre giorni per curatori d’arte, mi incazzai parecchio sentendo Ludovico Pratesi tuonare: «Se fate questo mestiere perché è di moda, allora smettere subito». Io non sapevo fosse un “mestiere alla moda”; sapevo solo che era un mestiere che mi aveva scelto a mia insaputa. Per questo, da allora, mi sento una privilegiata (e sconsiglio i corsi, di qualunque forma e natura. L’unico modo per imparare a fare una cosa non è pensandoci su, teorizzando o prendendo appunti. E’ facendola. E, sì, si tratta di un’affermazione categorica, la mia, da pura teorizzatrice).
Ci sono momenti, nel mio lavoro, di grande bellezza, e non si tratta solo di una bellezza che nasce dall’arte ma dai rapporti umani, dalle situazioni che accadono, dal legame che l’arte, in generale, sembra creare tra le persone. I momenti migliori sono quelli degli allestimenti. Non parlo tanto degli allestimenti che seguo da curatrice, quanto di quelli che seguo come membro della mia associazione culturale.
L’associazione culturale che ho fondato un paio di anni fa – dovete sapere – è formata da gente cazzutissima che ha la straordinaria tendenza, una o due volte l’anno, ad organizzare eventi che, per i nostri mezzi e le nostre braccia (e la nostra rocambolesca concezione del verbo “organizzare”), acquistano dimensioni pantagrueliche, si trasformano in epifanie apocalittiche, creano nottate insonni, gente che dà fuori di melone alla vigilia del Grande Giorno, spasmodiche attese, soci col fiatone che corrono ai quattro angoli della città a recuperare l’apparentemente irrecuperabile, genitori partner amici che vengono misericordiosamente in aiuto dei loro cari e i loro cari che per giorni e giorni dimenticano d’avere relazioni che non siano con l’allestimento…
Insomma, si genera e si propaga con effetto domino una cagnara d’inferno tale che, quando arriviamo congestionati e trafelati all’ora dell’inaugurazione, abbiamo increduli sorrisi da raggiunta Terra Promessa – che manco Cristoforo Colombo e la sua ciurma.
Ma non voglio fare l’apologia delle domeniche passate a lavorare o delle mezze notti in bianco, dei ritardi, degli «Ops!» che ci sfuggono qualche volta di troppo, o degli intoppi dell’ultima ora – “perché siamo gente che lavora meglio sotto stress, noi”.
Voglio solo dire che adesso, in piena fase convulsa, a circa 15 giorni dalla nostra prossima inaugurazione epocale (e stavolta un po’ più epocale delle altre), c’è quel clima di tensione, laboriosità, solidarietà, vicinanza, entusiasmo, sudore e muscoli dolenti e risate che mi rende caro un lavoro come questo, anche nei suoi momenti più difficili: quando mi assale la febbre per stanchezza, quando non ho tempo di rispondere al telefono, quando alla sera mi butto a letto e svengo dopo mezza pagina di libro con la luce accesa e gli occhiali sul naso.
E mi rende care le persone con cui lavoro, e i progetti che abbiamo, e la fame di vita e di bellezza, e i pensieri le mani gli occhi che vanno tutti nella stessa direzione…
Come faccio a spiegarvelo, io, che amo tutto questo pazzamente?
V