Pesci d’argento e sfumature

12 maggio 2010 – 08:46

Anche se sto leggendo con altissimo tasso di gradimento Gerry Durrell, non ho mai amato e mai amerò le bestiole, gli insetti, gli affari che volano ronzando o strisciano sbavando. E’ più forte di me.
L’altro giorno ero a casa dei miei e vedo per terra un animaletto giallognolo lungo due o tre centimetri, contornati da sacco di zampette diafane. Arretro cautamente e arpiono la mia signora madre: «Madre!», bisbiglio «c’è da far secca una bestia, in camera mia!», «Che bestia? Un serpente? Un capricorno alato?», chiede lei prendendomi beatamente per i fondelli. «No!», rispondo risentita «E’ una roba gialla… penso sia una processionaria! E le processionarie sono cattive…», «Ehm, già», ammette lei. E andiamo a cercare la presunta processionaria.

Arriviamo in camera e, senza avvicinarmi troppo al luogo del ritrovamento, do indicazioni precisissime su dove trovare la bestia cattiva. Signora madre la scova sotto il comodino, poi si gira verso il mio sguardo terrorizzato e sbuffa: «Ma non è una processionaria!». Ah no? E allora che cos’è? «Un pesciolino d’argento!», azz!, commento io, con un nome così bello ha una faccia così brutta? Lei lo afferra in silenzio con un pezzo di carta e lo trasloca in giardino.

Ma si sa, anche se nauseata dagli insetti, vaghe reminiscenze di zoologia mi impongono un istante di riflessione e, qualche ora dopo, torno da mia madre e riapro l’argomento. «Madre!», tuono colma di spirito ermeneutico e sete di sapere, «Quello non era un pesciolino d’argento!», «Ah no? E cos’era? Un pitone? Una sanguisuga gigante?», mi irride lei. «No! Era una processionaria!». «Ma no Vale…», mi spiega pazientemente, «le processionarie sono gialle!», «E infatti! Quella cosa era gialla!». E la mia signora madre, come parlasse ad un bambino deficiente: «No. “Quella cosa”, come la chiami tu, era beige». E  io ammutolisco.

[Ora, dopo una rapida quanto circospetta ricerca su Wikipedia, ho capito che quella cosa non era un pesciolino d'argento (né, a voler proprio essere rigorosi, una processionaria). Però vi assicuro che era brutta assai, nonostante la sua sfumatura di beige un tantino brûlée fosse proprio chic...]

V

My work

10 maggio 2010 – 00:48

Faccio un bel lavoro.
Quando andai a Roma a seguire un corso di tre giorni per curatori d’arte, mi incazzai parecchio sentendo Ludovico Pratesi tuonare: «Se fate questo mestiere perché è di moda, allora smettere subito». Io non sapevo fosse un “mestiere alla moda”; sapevo solo che era un mestiere che mi aveva scelto a mia insaputa. Per questo, da allora, mi sento una privilegiata (e sconsiglio i corsi, di qualunque forma e natura. L’unico modo per imparare a fare una cosa non è pensandoci su, teorizzando o prendendo appunti. E’ facendola. E, sì, si tratta di un’affermazione categorica, la mia, da pura teorizzatrice).

Ci sono momenti, nel mio lavoro, di grande bellezza, e non si tratta solo di una bellezza che nasce dall’arte ma dai rapporti umani, dalle situazioni che accadono, dal legame che l’arte, in generale, sembra creare tra le persone. I momenti migliori sono quelli degli allestimenti. Non parlo tanto degli allestimenti che seguo da curatrice, quanto di quelli che seguo come membro della mia associazione culturale.

L’associazione culturale che ho fondato un paio di anni fa – dovete sapere – è formata da gente cazzutissima che ha la straordinaria tendenza, una o due volte l’anno, ad organizzare eventi che, per i nostri mezzi e le nostre braccia (e la nostra rocambolesca concezione del verbo “organizzare”), acquistano dimensioni pantagrueliche, si trasformano in epifanie apocalittiche, creano nottate insonni, gente che dà fuori di melone alla vigilia del Grande Giorno, spasmodiche attese, soci col fiatone che corrono ai quattro angoli della città a recuperare l’apparentemente irrecuperabile, genitori partner amici che vengono misericordiosamente in aiuto dei loro cari e i loro cari che per giorni e giorni dimenticano d’avere relazioni che non siano con l’allestimento…
Insomma, si genera e si propaga con effetto domino una cagnara d’inferno tale che, quando arriviamo congestionati e trafelati all’ora dell’inaugurazione, abbiamo increduli sorrisi da raggiunta Terra Promessa – che manco Cristoforo Colombo e la sua ciurma.

Ma non voglio fare l’apologia delle domeniche passate a lavorare o delle mezze notti in bianco, dei ritardi, degli «Ops!» che ci sfuggono qualche volta di troppo, o degli intoppi dell’ultima ora – “perché siamo gente che lavora meglio sotto stress, noi”.
Voglio solo dire che adesso, in piena fase convulsa, a circa 15 giorni dalla nostra prossima inaugurazione epocale (e stavolta un po’ più epocale delle altre), c’è quel clima di tensione, laboriosità, solidarietà, vicinanza, entusiasmo, sudore e muscoli dolenti e risate che mi rende caro un lavoro come questo, anche nei suoi momenti più difficili: quando mi assale la febbre per stanchezza, quando non ho tempo di rispondere al telefono, quando alla sera mi butto a letto e svengo dopo mezza pagina di libro con la luce accesa e gli occhiali sul naso.
E mi rende care le persone con cui lavoro, e i progetti che abbiamo, e la fame di vita e di bellezza, e i pensieri le mani gli occhi che vanno tutti nella stessa direzione…
Come faccio a spiegarvelo, io, che amo tutto questo pazzamente?

V

Just a story (e quel che sta nel mezzo)

7 maggio 2010 – 09:13

Di Jeff Buckley so poche cose. So è che è figlio a sua volta di un grande cantautore, che è morto giovane annegando a Memphis, che il suo unico album compiuto è una delle cose che proprio non riesco a smettere. Conosco alcuni frammenti dei suoi versi, ma soprattutto conosco le pieghe dolenti della sua voce, l’urlo disperato ma sovrumano in Grace, il dolore lontano e vibrante di Lilac Wine, la fragilità consapevole e matura di Halleluja. Se lo ascolti, ti rendi conto che Grace è il testamento di un tizio che aspetta la morte, che non tenta né di sedurla né di rimandarla né di dimenticarla, ma – semplicemente – la aspetta. E lei arriva, senza tante cerimonie.
Tra l’inizio e la fine, nel mezzo c’è solo questo: un lungo, appassionato, incredulo aspettare. 
Quell’addio che rosicchiava la nostra relazione, da dentro e fin dal principio, non l’ho dimenticato nemmeno per un istante – insieme, lontani, felici o infelici. Mi teneva sveglia la notte, mi dava scariche di emozione, mi prendeva le viscere con una stretta brutale. E io ridevo e soffrivo e cantavo canti stonati per qualcosa che sapevo di stare usurpando – un tempo che non sarebbe mai stato nostro – e lentamente vedevo scorrere quella fine, ma quanto lentamente. E arraffavo tutto, a piene mani, con un’avidità incredula e vorace. Nessuna morbidezza, non c’è mai stata nessuna morbidezza, ma una furia vitale e pulsante.
Nel mezzo, dal primo giorno all’ultimo, c’è stato Jeff Buckley con il suo presagio di morte, e qualche breve sillaba strappata a fatica dalla bocca: «I’m not afraid to go, but it goes so slow». Finché – lentamente – la fine è arrivata, e la paura assieme a lei.

V

Just a story (la fine)

6 maggio 2010 – 09:00

Io la mano te la tendo, ma tu stringila forte, ed è stato facile farlo, come tutte le cose giuste – è stato facile. Tu cos’avresti fatto? Io avrei stretto, e ho stretto ma talmente forte che ho finito con l’abbracciare il nulla, e quando mi sono svegliata c’era un nulla rumoroso nelle mie orecchie e fra le braccia. Talmente rumoroso che ho urlato e poi ancora, ho urlato fino a bruciarmi la gola. Negli occhi: cancellata ogni immagine, ogni ricordo, biglie colorate e convesse su cui tutto era scivolato via come una goccia di pioggia estiva. E io ero scivolata prima e più in fretta di qualunque goccia o lacrima salata sulle labbra.
La fine è stato il ferroso partire di un treno, così lento a macinare i primi metri, così inesorabilmente veloce nel trascinare via i chilometri successivi, e poi restano soltanto rotaie sporche, abortite di sogni. Il corpo è rimasto immobile e inebetito sulla banchina, mentre tutto quel che ci sta dentro è esploso in un accecante silenzio tutt’attorno. E’ rimasta solo la falsa immagine di un abbraccio, mentre il mondo attorno si proiettava sulle pareti di un cinema muto in cui non avevo più voglia di andare.

V

Just a story (l’inizio)

5 maggio 2010 – 09:39

I letti erano due: uno singolo addossato contro il muro d’ingresso, mentre al centro della stanza c’era un grande letto a due piazze dal copriletto bordeaux. Ci ho messo sopra la mia roba, il pigiama, il libro (Amanti e Regine. Il potere delle donne) e ho acceso tutte le luci. La luce, anche accendendole tutte, è bassa e a fine ottobre la notte scende presto. Mi sono detta: ho voglia fumare, e sono andata alla finestra dopo aver scostato le tende.
La finestra dava su un cortile interno sporco e squallido, e a fine ottobre la notte a Roma è ancora calda così alcuni vicini tenevano i vetri aperti e io spiavo nel buio le loro vite e mi sentivo disperata. Ho sfregato il cerino e mi sono accesa la sigaretta, appoggiando il mento sulla mano il gomito sul parapetto, e guardando fuori. Ovvio che ricordo quel che vedevo oltre le finestre degli altri, soprattutto una cucina spoglia  e lunga, dove lei era giovane carina e preparava da mangiare, e poi è arrivato lui, alto, coi jeans e l’ha abbracciata da dietro – ed è stato peggio della disperazione. Quei lunghi capelli legati, la maglietta da casa, un abbraccio intimo; ho buttato la sigaretta di sotto e chiuso i vetri. Mancavano ancora un bel po’ di tiri.
I rumori e gli odori stranieri sono gli stessi ovunque e dopo un po’ che viaggi capisci che non ti sono nemici, non intenzionalmente almeno, e allora mi sono detta che non aveva senso innervosirsi per un abbraccio non mio, per una scheggia di vita altrui infilatasi sottopelle e nella testa, che la sigaretta meritava di essere finita e quei due maritavano d’essere lasciati in pace. Ho percorso di nuovo i due metri dal letto alla finestra, col dito infilato a metà libro e un’altra sigaretta tra le labbra, ho appoggiato tutto delicatamente sul parapetto e mi sono sforzata di non guardare quella coppia. Non era difficile ignorarli, avevano spento la luce ed erano andati a cenare in qualche altra stanza. Il cerino ha sfrigolato e la carta della sigaretta ha crepitato prendendo fuoco.
Mi sono voltata, spalle all’esterno, a osservare la mia stanza dove tutto era in ordine e aspettavo solo che passasse il tempo. Poche ore, una notte, e l’indomani avrei conosciuto persone nuove e preso appunti e imparato qualcosa in più del mio nuovo mestiere. Mi sarei fermata a bere un caffè americano in un grande bar sotto la pensione, e il tipo dal bancone mi avrebbe detto qualche frase simpatica che non ricordo più, con quell’accento romano che mi sarebbe diventato così familiare nei mesi successivi. Sì, sarebbe andata proprio così.
Ma in quel momento, di notte dopo aver spento le luci grigie della mia stanza e rimasta a fumare immobile in quella penombra dolce, tutto era sospeso, un solo grande punto di domanda scritto al contrario, come un uncino pronto ad arpionare il futuro, goloso di caccia. Il mio futuro, la mia caccia.
La disperazione era lì a un passo, rossa e intermittente come il mozzicone che tenevo fra le labbra e tra le dita. Non sapevo il suo nome, non avrei saputo come chiamarla, quella disperazione, ma poi mi coricai e, finendo il libro, pensai che se i rumori e gli odori stranieri sono gli stessi, ovunque, allora qui o là, ovunque è uguale, ed ero a Roma ma avrei potuto essere a casa. Che è un pensiero che fa male quando si vorrebbe essere altrove, si è altrove, ma nemmeno questo è abbastanza.

V

Parole che valgono meno di niente

3 maggio 2010 – 09:35

Sono le tre di notte passate e mi ritrovo in macchina da sola, su una stradina a picco sul mare. Ascolto una canzone, sempre la stessa, e ho voglia di poggiare la testa sul volante, sulle mani, chiudendo gli occhi. L’aria è dolce, e la notte è ermeticamente chiusa in una cappa di nuvole e nero compatto. Mi fermo, fermo l’auto, spengo le luci e appoggio la testa sulle mani e le mani sul volante, quasi un singhiozzo ermeticamente chiuso in una vizio di forma che impedisce il cedimento.

Penso le volte che mi hanno detto ti amo, in tanti, tante volte, ti amo Valentina, ti amo. Anche io, sì, ti amo anch’io, tanto. E penso a questa stradina a picco sul mare, con la sua brezza dolce che entra dai finestrini abbassati, e trascina svogliatamente nell’aria i resti di quelle parole, un nulla che nemmeno il ricordo riesce a rendere reale. Mi amavi, Tu, e ora? In quest’ora della notte che non concede nulla al sentimentalismo, che nulla ha di facile o lieve, dov’è quell’amore, dove sono quegli amori, sperperati negli anni come saponette consumate dall’uso, come un gesso cancellato dalla lavagna?

Ho amato le parole più delle persone. Ho amato l’attimo più di ogni altra cosa; ho vissuto per perfezione, ho vissuto per arte, per riuscire a creare l’Attimo Perfetto, quello che resta, il tratto di gesso che niente può cancellare.

E ora, alle tre e un quarto della notte, nulla rimane, nemmeno la perfezione del ricordo, perché ho sperperato, spergiurato parole che valgono meno di niente. Parole e persone fuggite con moto centrifugo ai margini della mia vita, impietosamente, tranciando, per eredità e con un colpo di bisturi, ogni amore dai miei ricordi.

Non pensate che la fine di una storia sia il momento più doloroso. Peggio della morte è quando nel ricordo non rimane più nulla di presente, nemmeno il ricordo stesso, tanto meno il futuro. Lì, in quel momento, il dolore vi abbatterà la schiena a cannonate e vi ritroverete piegati sulle vostre mani, le mani sul volante e nessuna direzione. Eppure, bisognerà partire.

V

Il mondo che vorrei

29 aprile 2010 – 11:13

L’altra sera ho abbandonato le faccende mondane per dedicarmi a una monumentale scelta di nuovi libri da leggere, approfittando del 4×3 della Hoepli come mi era stato consigliato da un’amica. No, devo fare un passo indietro.

Il giorno prima ero andata con questa amica a vedere una mostra a Palazzo Reale (quella sui due Imperi, cinese e romano). Stiamo un paio d’ore là dentro e lei, che è una strepitosa sinologa, mi racconta e mi descrive un bel po’ di cose: la dinastia Han occidentale, quella orientale, la misura dei cavalli nell’antica Cina (erano piccini, se vi interessa saperlo), il significato dei dischi bi in giada e la faccenda dei bachi da seta tenuti segreti. Ci impantaniamo sui cauri, che nessuna delle due sa cosa accidenti siano.

Più tardi, trascorriamo un’ora in libreria. Passeggiamo tra i reparti della Feltrinelli additando libri e scambiandoci opinioni, consigli e punti di vista.
Per dire: tutte e due abbiamo mal sopportato Il Maestro e Margherita, e ce lo diciamo quasi come una colpa, visto che il mondo intero sembra amare quel libro smisuratamente. Abbiamo qualche perplessità su Kundera, io rifiuto di capire Calvino e lei mi rivela che L’abbazia di Northanger è, sì, il meno noto e apprezzato romanzo della Austen ma anche il suo preferito, perché lieve e ironico. Sfioriamo Pennac, che è delizioso, elogio appassionatamente Romain Gary, lei mi rivela di una sua recente cotta per Chatwin, poi andiamo alla ricerca di un Sartre introvabile, non ci facciamo convincere da Philip Roth, nessuna delle due, e schifiamo i gialli che hanno copertine colorate di giallo. In compenso, mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano Yehoshua, ho tentato di farle superare il pregiudizio su Stendhal, e non ci facciamo mancare una passeggiata incantata tra Saramago, Simone de Beauvoir, Camus e Coe, e nemmeno Mordecai Richler.

Il giorno dopo, e qui torniamo all’inizio, ci scambiamo diverse e-mail: sciogliamo il quesito relativo ai cauri (sono monete a forma di conchiglia, o meglio conchiglie-monete), parliamo ancora di altri scrittori, mi consiglia la promozione della Hoepli, io le rivelo di aver scovato nella mia libreria il romanzo di una scrittrice cinese di cui avevamo parlato – guarda caso – il giorno prima e, insomma, mi sembra che ogni cosa che ci diciamo sia bella, luminosa e opulenta. E che ogni cosa, sfiorata da quelle parole e da quei pensieri, sia altrettanto bella e luminosa e pregnante di vita.

Ecco, il mondo che vorrei dovrebbe avere più giornate come questa. Dovrebbe averne tante, di giornate come questa, e tante mail e amicizie e momenti così.

V

L’ora dell’outing

27 aprile 2010 – 12:46

Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E’ un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di questa marea.
E’ che proprio mi sono comportata male. Ho fatto delle cose brutte. Ne vado fiera? No. Ho scusanti? Sì e no. Potevo evitarle? Sì.

Non ho la minima intenzione di entrare nel dettaglio di queste “cose brutte”, ma piuttosto di chiedermi: allora, perché le ho fatte?

Le ho fatte perché, nell’immediato, mi piaceva l’idea di comportarmi male. Ne traevo un tornaconto di facile spendibilità, che poteva essere: adesso faccio soffrire Tizio perché così soffrirò meno io; rubo quest’attimo di piacere, perché lusinga il mio ego e mi fa sentire più sicura di me; so di avere potere su una certa persona, ed esercito questo potere per avere un appagamento narcisistico, ora, subito.

Queste cose mi hanno fatto sentire meglio? Nell’immediato, sì. Alla lunga, no. Un po’ come i mobili dell’Ikea: sono mica brutti, i mobili dell’Ikea. Il dramma è che invecchiano presto e male. Così è stato dei miei istanti di sconsiderato egoismo a danni di terzi (e talvolta anche quarti).

Questo è, più in generale, il dramma dell’homo consumens: consuma tutto, consuma gli altri, consuma (e sperpera) se stesso.

Non è facile fare outing e dire a se stessi: sono stata una stronza. Ma ciò che è peggio, oltre alla consapevolezza di essere stati stronzi, è sapere che lo si è stati per le ragioni sbagliate. Che alla base c’era un legittimo senso di frustrazione, tristezza e insoddisfazione. Ma che si è volutamente scelto di incanalarlo sulla strada più semplice, prendendo una scorciatoia, costringendolo in un vicolo cieco.

Ora il lavoro è ancora più difficile, perché non devo affrontare solo frustrazione tristezza e insoddisfazione, ma quel senso etico sfasato che, come già diceva Seneca, mi fa conoscere il meglio e agire per il peggio.
Finita l’ora dell’outing, inizia la fase del restyling.

V

Quella volta che

26 aprile 2010 – 08:59

Stavo tornando da fare la spesa quando, complice il sacchetto pieno di delizie che portavo in mano, mi è venuta in mente quella volta in cui mia madre mise la nutella in frigo. Io la cercavo disperatamente in dispensa, buttavo giù barattoli di pesche sciroppate e crocchette per il gatto, quando mi arresi: «Madre, dov’è la nutella?!» e lei rispose, candida come una colomba: «Ma in frigo, Vale!». In frigo?? Rimasi stecchita.
Le spiegai pazientemente che, nonostante non fossimo consumatori compulsivi di nutella, era Verità Universalsamente Nota che la nutella non va in frigorifero.

E allora, per duecento metri, ho fatto il giochino del “Quella volta che”, e non è che mi siano successe chissà quali cose, nella vita, ma ce ne sono alcune che non potrei mai dimenticare (occhio che sono stronzate, eh?).

Quella volta che il mio primo fidanzatino del liceo mi disse, ammirando sognante i miei occhi: «Hai delle ciglia lunghissime, tesoro». Poi, allontanandosi con aria già più critica, come a prendere le misure, concluse: «Perché non te le tagli un po’?». Fine del Fidanzatino del Liceo.

Quella volta che (purtroppo recentissimamente) alla Triennale di Milano, uscendo dalle porte in ferro che portano ai bagni, vidi un uomo bellissimo che arrivava nella mia direzione e, presa da incontenibile emozione, spinsi l’anta con troppa foga. La porta mi si richiuse immediatamente sul naso rimbombando mostruosamente per tutta la Triennale. Quando la riaprii, l’uomo bellissimo mi stava ridendo in faccia (assieme a tutti gli avventori presenti). [Sappiate che mi sto ancora vergognando moltissimo...]

Quella volta che, cucinando delle piccole deliziose bavaresi per una delle mie tante dolci metà, e seguendo a menadito la ricetta sul manuale, dimenticai di frazionare le dosi della colla di pesce. Uscite dal frigo, le bavaresi alla fragola erano pronte per essere usate come pallettoni da cannone.

(Variante della Bavarese è la Volta degli Spinaci. Ero a Bologna e stavo cucinando degli spinaci con M. quando, presa dall’animosità del discorso e voltandomi bruscamente verso di lui, il polsino della camicia che indossavo si impigliò nel manico della padella e gli spinaci, compiendo una magnifica parabola aerea, si seminarono su tutto il pavimento. Ammutolimmo all’istante.
Ci sarebbe anche la Volta della Bottiglia di Vino Rosso, ma, insomma, ormai avrete capito che quando mi trovo in cucina divento piuttosto emotiva…)

Quella volta che a novembre, al primo appuntamento con uno che sarebbe diventato un’altra breve metà, nello scegliere il locale in cui andare a bere lui mi chiese: «Ci sediamo qui, ti va? Così possiamo stare nel dehors e fumare, se non hai troppo freddo… ci sono i funghi!» e io risposi argutamente: «Ma dai? Ti piacciono i funghi? Anche a me, moltissimo!».

V

Credetemi (e se non riuscite ad arrivare alla fine del post, sappiate che vi capisco)

24 aprile 2010 – 10:37

Comunicare è un casino. Soprattutto quando una persona, a un certo punto del discorso, ti dice «Posso parlarti sinceramente?», e io penso: perché, fino a questo momento mi hai parlato insinceramente? Un casino, dico. E non solo comunicare a voce, ma anche per iscritto. Ho scritto milioni di lettere, mail, messaggi. Mi sono scorticata le dita e il cervello per affinare con le parole i miei concetti, per renderli più possibile rispondenti al vero. Non ci sono riuscita un granché.

Immagino sia prerogativa delle persone complicate (e non c’è autocompiacimento in questo, credetemi). Quando dico una parola o una frase, subito mi interrogo su come l’ho detta, come l’ho pensata, a chi l’ho detta e come quest’altra persona l’ha interpretata. E se la persona in questione mi risponde, cavolo, le cose si ingarbugliano. Perché allora mi interrogo se quel che ha detto e come l’ha detto risponde al modo in cui pensa, e quale obiettivo voleva raggiungere dicendo quella cosa in quel modo, se è stata la mia affermazione precedente a scatenare quella risposta e se sarebbe stata una risposta diversa se diversa fosse stata la mia affermazione. E poi c’è tutto l’aspetto della comunicazione non verbale. E poi c’è l’inconscio, che vallo a capire.

Insomma, si crea un’impasse. Si crea impotenza. E più voglio afferrare i significati profondi di una conversazione profonda, meno afferro, perché arrivo al punto in cui non so più distinguere tra l’oggettività delle cose che si dicono e le ombre di quel che vorrei si dicesse ma non si dice. Provatela a definire, a delimitare, ad acchiappare un’ombra! L’ombra sono le aspettative, i desideri, il bisogno di essere compresi e di avere esattamente quel che non si ha il coraggio di chiedere. E chi di noi, signori, ha mai esattamente quel che vorrebbe avere nell’istante in cui scopre di volerlo?

Non ci capisco più nulla, credetemi.

Qualche giorno fa ero nel bel mezzo di una telefonata di questo tipo. In cui la sensazione, durante e dopo la chiamata, è stata quella di non averci capito una sega, dal principio alla fine. Un’ora e mezza di seghe, se mi passate il francesismo.

Il fatto è che, da un lato, le cose – tutte le cose – sono drammaticamente complicate, labirintiche, frammentate da milioni di specchi deformanti. Dall’altro sono semplici in maniera disarmante. E ciò che le rende semplici, tutte le cose, sono i fatti.

A una persona che mi chiede: posso parlarti sinceramente?, l’unica risposta sincera sarebbe stata: no, voglio che tu agisca sinceramente. Se una persona dice: mi sei cara, mi aspetto che me lo faccia capire a gesti (e non quelli dell’alfabeto muto). Quando mi sento dire: ti voglio bene, desidero che quell’affetto assuma una forma intelligibile, concreta, fattuale. Altrimenti, credetemi, sono solo parole, e le parole sono solo seghe.

Ecco, poteva sembrare un post cervellotico. In realtà, è soltanto un post molto banale. Il cui concetto è: se vuoi che creda alle tue parole, sinceramente, falle seguire dai fatti, semplicemente. Tutto qui.

V

P.S.
Una strana comunicazione di servizio, che non semplifica le cose o forse sì.
Questo post, scritto una decina di giorni fa, aveva un interlocutore ben preciso, nascosto in quel “tu”.
Poi, dopo averlo scritto e indirizzato, ho cambiato idea e, siccome di quel “tu” a un certo punto me ne è fregato meno di niente, credevo non valesse la pena pubblicarlo.
Infine, siccome quel “tu”, oggi, non ricordo nemmeno più chi diavolo sia, e pensando che è pur sempre un post che contiene un’idea in cui credo, ho deciso di pubblicarlo. Tutto qui!