un post

Un post che racconta un periodo della mia vita, e in cui ho messo molte delle mie emozioni più profonde.

La sua collocazione originale è questa

 

Un pezzo di strada assieme

I giorni di mercato, martedì e sabato, Viale Papiniano si presentava così: i rumori dei camion che posteggiavano lungo il marciapiede, il tintinnare dei teloni che venivano montati e le voci confuse che urlavano aspre da un lato all’altro della strada. In questa stagione, quando le finestre della mia camera rimanevano aperte sull’afa di Milano, alle sei ero già sveglia, e ogni mattina di mercato di ogni anno che ho vissuto lì, mi sono immancabilmente ripetuta che mi piaceva abitare affacciata a quella via, perché c’era vita – tanta – e quella vita entrava dentro casa con la stessa dilagante lucentezza di una pozza di sole filtrato dalle persiane abbassate. 

C’è stato un momento in cui non ho più potuto abitare lì. Un momento in cui quella casa non è stata più mia, perché il mio corpo era cambiato e l’aria era diventata irrespirabile. Solitamente, a chi mi chiede come mai abbia deciso di trasferirmi in una zona molto più decentrata, rispondo che il rumore e la sporcizia che entrano da un primo piano di Viale Papiniano, alla lunga, sono invivibili. Ed è anche plausibile, forse. Ma ciò che era diventato invivibile, per me, era continuare ad abitare il guscio vuoto di una vita che si sopravviveva.

Non ripenso spesso a quel periodo della mia vita. E’ un periodo che sobbolliva tra sé e sé, che covava e tormentava, ma che sapeva anche stupire. Arrivavo in università in sei punto trenta minuti a piedi; il mio fidanzato abitava nel mio stesso palazzo, al piano sopra il mio, e convivevo con delle ragazze simpatiche. Conoscevo tutti, nella zona: il pizzaiolo certificato napoletano da cui andavamo ogni volta che l’emergenza spesa ci coglieva affamate, e le cassiere dell’Esselunga (famosa per essere l’Esselunga “dei single”), il vecchio tabaccaio dietro l’angolo, che una volta mi disse “Preferisco te e la tua semplicità a tutte queste ragazzine tirate come star già alle otto del mattino”. La mia “semplicità” consisteva nell’uscire spesso di corsa per comprare un pacchetto di sigarette tra un libro e l’altro, la matita infilata nel nodo dei capelli e scarpe da ginnastica mezze slacciate. 

Ieri sera ho ricevuto un commento inatteso lasciato da un testimone di quel periodo. Lui scrive: 

Dovrei dire che ti ho ritrovato per caso, ma non è così… è più esatto dire che ti sei fatta ritrovare, e ho passato gli ultimi minuti (ore?) a rileggermi più di un anno di arretrati. E’ veramente bello il tuo blog, assomiglia un sacco a come sei sempre voluta sembrare, al tuo personaggio, che hai sempre amato. Il che vuol dire, in ultima analisi, che c’è davvero tanto di te.
Mi stavo chiedendo, leggendo a ritroso, quanto nel frattempo è cambiato: mi sento quasi imbarazzato a scriverti, come ad entrare in quelle feste formali in cui si conosce solo il festeggiato. Nel contempo mi è tornata un po’ di nostalgia di un periodo che, nonostante tutto (e “quel” tutto sai che non riguarda te), rimarrà comunque per me magico e bellissimo, di aperitivi tardi e sigarette e risate… e confidenze, superbie e battute argute, e non so che altro ancora.
E la strana coincidenza è questa: che il blog inizia proprio dove in qualche modo ti ho persa per strada.
Anche se si è sempre compagni di strada solo per un tratto.
Un bacio (mi spiace non poterti riaccompagnare a casa, stasera…)

Sono rimasta senza fiato per molto tempo. Con queste righe ha evocato tutto un lungo tratto di strada convulso e affollato, la mia e la nostra vita di allora, fatta di poco altro che parole sigarette e libri. Ci sfinivamo tutti quanti di parole, e di notti lunghissime fino a che casa mia o la casa di qualcun altro, o un locale della zona, erano saturi di fumo e di bicchieri vuoti. Ha ragione lui: confidenze, superbie e battute argute, e non so che altro ancora. Questa è stata l’essenza della nostra vita per più di un anno.
E sì, ha ragione lui: perché ha sempre avuto il fastidioso vizio di essere un po’ più intelligente degli altri, più rapido nel capire, e molto più colto di tutti noi. 

La nostra amicizia è nata con un giudizio tranchant. Eravamo a casa del mio fidanzato, di cui lui era carissimo amico, e alla fine della serata gli disse: “Valentina se la tira senza aver motivo di tirarsi alcunché”. Nessuna possibilità di appello, una via senza ritorno. Non ricordo se la presi male, ma so che nel giro di pochissimo tempo diventammo amici e scherzammo a lungo su quell’episodio, senza mai metterne in dubbio la per me assoluta correttezza: il nostro era quel tipo di amicizia intima che non disdegna le lusinghe di una reciproca seduzione mentale, ma fugge come la morte le insidie dell’ipocrisia. 

Quel che c’è stato nel mezzo, tra il giudizio senza appello e il commento al mio blog, non è dato sapere. Appartiene a quella parte di me che ultimamente mi piace chiamare “la vita reale” e che niente ha a che vedere con quest’altra, la vita pubblica, la vita pubblicata.
Una strada, però, la indicano come sempre le parole: ed è la strada che si snoda tra quel giudizio (verissimo e penetrante) che lui sparò su di me la prima volta che mi vide, e la verità (per me dolorosamente autentica) di quest’ultima sua affermazione: questo blog assomiglia un sacco a come sei sempre voluta sembrare, al tuo personaggio, che hai sempre amato. Il che vuol dire, in ultima analisi, che c’è davvero tanto di te

In mezzo ci sta la vita, che è affar nostro.

V