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	<title>Tipi d&#039;aMare (per brevità) &#187; Riflessioni</title>
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	<description>Nomina nuda tenemus</description>
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		<title>Costellazioni</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 14:30:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La vecchiaia è crudele, lo si legge negli occhi dei giovani. La vecchiaia è un continuo memento che zavorra i passi quando i passi vorrebbero staccarsi da terra e prendere il volo. Negli ultimi anni, mia nonna ha cambiato carattere: legata alla vita con un&#8217;ostinazione musona, fa di tutto per rendermi odiosa la mia giovinezza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Stelle.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2741" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Il cielo, la terra e quel che sta nel mezzo" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Stelle.jpg" alt="" width="288" height="310" /></a>La vecchiaia è crudele, lo si legge negli occhi dei giovani. La vecchiaia è un continuo memento che zavorra i passi quando i passi vorrebbero staccarsi da terra e prendere il volo. Negli ultimi anni, mia nonna ha cambiato carattere: legata alla vita con un&#8217;ostinazione musona, fa di tutto per rendermi odiosa la mia giovinezza, la mia voglia di capelli selvaggi e il desiderio di non avere legami che possano trattenermi in un luogo e in un presente che non sono i miei ma della mia famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fare l&#8217;amore con te fino a sfinirmi i muscoli del corpo, e poi decidere di abbandonare la mia terra e partire con poco più di uno spago senza valigia dentro, immaginarmi libera, sciolta da ogni responsabilità, sciolta dal pensiero che presto dovrò prendermi cura delle cose che su questa terra lascerà la mia famiglia. Le case, le campagne, i posti davanti al mare &#8211; non voglio nulla, solo preoccuparmi di fare l&#8217;amore, di muovere passi sparsi, di lavorare per me stessa, di sudare di fatica di piacere, di non dover ricordare nemmeno un volto nemmeno un nome. La vecchiaia sta qui a ricordarmi che tutto questo è un sogno irrealizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho guardato il Grande Carro spostarsi nel cielo nelle notti in riva al mare, come un mestolo pronto a cadermi sulla testa rovesciandomi addosso milioni di sogni irrealizzati. L&#8217;ho guardato godendo e chiudendo gli occhi, l&#8217;ho sentito scrosciare un rumore cristallino nell&#8217;attimo in cui precipitava a terra, e ogni notte l&#8217;ho ritrovato lì, uguale a se stesso ma sempre in movimento, come un vecchio utensile di rame incrostato di polvere.<br />
Una notte, mentre si avvicinava il mattino, mi ha detto <em>tra cento milioni di anni la mia forma sarà diversa, non avrò più nulla del mestolo minaccioso che vedi ora, ma la gente continuerà a chiamarmi Grande Carro</em>, e allora ho capito che l&#8217;ostinata vecchiaia dei vecchi &#8211; e il catastrofico spavento dei giovani di fronte ad essa &#8211; è in quel nome eterno che ci trasciniamo dietro come un sudicio strascico di nozze ormai finite e chicchi di riso anneriti dalla strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Smetteremo di fare l&#8217;amore, smetteranno anche i miei sogni di fuga, smetterà l&#8217;ostinazione di mia nonna a vivere &#8211; e allora io sarò una persona diversa. E il mio nome, quel giorno, non sarò più io.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>Tempo libero, tempo schiavo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 12:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tempo libero è una cazzata. Quando ho del tempo libero non combino nulla, mi lascio scivolare addosso le ore come olio solare (e poi mi scotto stupendomi anche di ritrovarmi a fine giornata spelacchiata e bruciacchiata); quando, come oggi, non ho un minuto da perdere il tempo si moltiplica, mi germoglia tra le mani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/paris_time.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2725" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Quarta dimensione" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/paris_time.jpg" alt="" width="346" height="278" /></a>Il tempo libero è una cazzata. Quando ho del tempo libero non combino nulla, mi lascio scivolare addosso le ore come olio solare (e poi mi scotto stupendomi anche di ritrovarmi a fine giornata spelacchiata e bruciacchiata); quando, come oggi, non ho un minuto da perdere il tempo si moltiplica, mi germoglia tra le mani, acquista valore.<br />
Il tempo libero è una disgrazia da abolire. Specie perché implicitamente pone la dualità tra libero e schiavo, tra una condizione favorevole e una sfavorevole, servo e padrone (desiderabile / indesiderabile). E si ingenera la malsana convinzione che non siamo padroni del nostro tempo &#8220;schiavo&#8221; ma solo di quello libero. E così, passiamo le giornate a patire di non aver più tempo libero, e senza amare il nostro tempo schiavo, senza mettere nulla di noi stessi in quel che siamo obbligati a fare (lavoro, impegni, responsabilità).</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, io amo il tempo quando mi afferra per la braccia e mi piega alla sua volontà. Quando mi dice: ehi, ragazzina, datti una svegliata. E io lo guardo negli occhi con aria di sfida e penso <em>bastardo, ti faccio vedere io</em>. E gli faccio vedere, al bastardo, che gli occhi non li abbasso e comincio a darci dentro.<br />
Ma c&#8217;è un altro modo in cui oggi vorrei vivere questo tempo sadico che mi costringe ad amarlo nonostante il suo brutto carattere. Ed è arraffando ore e giorni vuoti di obblighi, sciolti da legami col mondo, e partire, andare via, riempiendo il tempo di spazi e gli spazi di silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>Che palle!</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 08:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che palle! Vagolando distratta per la blogosfera, incappo in qualche sitarello &#8211; malscritto, ma con punte feroci di umorismo &#8211; che parla di donne, uomini e metodi di accalappiamento dei secondi ai danni delle prime. Leggiucchio, scrollo la testa, ridacchio qua e là, approvo i rari lampi di simpatia autentica che gli sono sfuggiti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/n32079818998_4837.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2699" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Stella della Senna" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/n32079818998_4837.jpg" alt="" width="250" height="380" /></a>Che palle! Vagolando distratta per la blogosfera, incappo in qualche sitarello &#8211; malscritto, ma con punte feroci di umorismo &#8211; che parla di donne, uomini e metodi di accalappiamento dei secondi ai danni delle prime. Leggiucchio, scrollo la testa, ridacchio qua e là, approvo i rari lampi di simpatia autentica che gli sono sfuggiti di bocca, e poi vado a farmi un caffè esclamando: che palle!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che palle! Cioè, mi viene voglia di indossare la maschera di Stella della Senna e andare in giro armata di spada per seccare in un battibaleno tutti quei dementi&#8230; Tutto ruota attorno a &#8220;Come portarsi a letto una donna in 10 abili mosse, che lei manco capirà che la state mettendo nel sacco perché nel frattempo sarà impegnata a recitare la parte de: l&#8217;oca / la sostenuta / la figa di legno / l&#8217;intellettuale / la ritrosa / la fidanzata coi sensi di colpa / la confusa insoddisfatta ecc&#8221;.<br />
Che poi, magari, la poveretta sta solo fissandosi le scarpe per l&#8217;imbarazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, siamo tutti nel regno dell&#8217;ovvietà e del luogo comune, me compresa. Vogliamo invece essere franchi? Ma oggi come oggi &#8211; dove tutti fanno tutto con tutti, e vivaddio &#8211; che valore hanno ancora queste &#8220;rules of attraction&#8221;? Avevano senso ai tempi di Pierre Choderlos de Laclos (che ne ha reso un affresco a mio avviso mirabile), ma oggi?</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, io la penso così (e mi piacerebbe scomodare Gadamer e l&#8217;analisi fenomenologica del gioco, ma mi parrebbe sacrilego). Il gioco è cambiato. Le regole sono cambiate: ce ne sono infinitamente di più, e infinitamente meno definite. Ciò che lo rende difficile, il gioco, è che apparentemente non ha più regole. Siamo nel regno dell&#8217;illimitatamente probabile, dell&#8217;illimitatamente possibile. E&#8217; come dire: voglio giocare a Risiko usando i tarocchi invece dei dadi, e arrivare con le truppe armate al Parco della Vittoria (e magari senza passare dal <em>Via!</em>). Si va verso la sconfitta rovinosa, senza che si sia nemmeno capito che diavolo è successo nel frattempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fine ultimo di questo nuovo gioco non dovrebbe essere quello di portarsi a letto una donna, ma quello di rendere indimenticabile un momento &#8211; anche se è destinato a restare solo un momento. Il fine ultimo di questo nuovo gioco dovrebbe essere quello di capire che l&#8217;obiettivo finale è mobile, sfuggente, misterioso, e che proprio nella scoperta di questo mistero c&#8217;è la bellezza del gioco stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>La Sicilia è un sogno infuocato</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 09:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un amico oggi mi ha detto che sono una persona &#8220;visiva&#8221;. In un certo senso è vero. Poco fa, ad esempio, mi è capitato di vedere una fotografia inattesa che mi ha riportato violentemente in Sicilia, nel 2002, e mi sono sentita vulnerabile e zoppa come un uccello senza nido. La Sicilia per me è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/2296168114_4c7d6b76c3.jpg"><img class="size-full wp-image-2671 aligncenter" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; border: 1px solid black;" title="Sicilia" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/2296168114_4c7d6b76c3.jpg" alt="" width="504" height="338" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un amico oggi mi ha detto che sono una persona &#8220;visiva&#8221;. In un certo senso è vero. Poco fa, ad esempio, mi è capitato di vedere una fotografia inattesa che mi ha riportato violentemente in Sicilia, nel 2002, e mi sono sentita vulnerabile e zoppa come un uccello senza nido.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sicilia per me è stato un sogno infuocato e, benché siano trascorsi molti anni, è come se non si fosse affievolito, nemmeno di poco, il richiamo di quella terra al mio cuore. La gente, i posti, il mare &#8211; e sì che di mare me ne intendo, abitando da una vita a ridosso delle onde liguri. La Sicilia di quegli anni era un vestito che mi calzava a pennello, mi scivolava addosso come una fiamma di seta e mi rendeva più bella di quel che sono. Forse ho nostalgia di quella bellezza perduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono frammenti di vita che rimangono lì a sonnecchiare, implacabili, e rovistano tra le emozioni e i ricordi con la luminosa, tagliente precisione delle potenzialità inespresse. Una delle mie possibili vite l&#8217;ho vissuta in Sicilia, e là è rimasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando le potenzialità diventano atto, quando ciò che è possibile diventa la vita reale, capita che tu capisca quel che puoi o non puoi fare della tua esistenza. Roma è stata una realtà che non mi è mai appartenuta, estranea, una galassia che a occhio nudo non puoi nemmeno intuire. La Sicilia, invece. La Sicilia è stata l&#8217;esatta riproduzione su tela del mio più perfetto sogno estetico, la ricchezza a piene mani, la bellezza che prende forma e incide nel marmo un&#8217;idea meravigliosa e compiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, sono sempre stata sensibile al fascino dei racconti di chi vende l&#8217;anima al diavolo per realizzare un sogno, purché sia un sogno capace di cambiare la vita a dispetto dell&#8217;eternità. Il mio sogno, oggi, è il ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>L&#8217;ora dell&#8217;outing</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 10:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E&#8217; un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/astratto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2438" style="margin: 2px; border: 2px solid black;" title="L'albero della conoscenza" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/astratto.jpg" alt="" width="300" height="360" /></a>Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E&#8217; un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di questa marea.<br />
E&#8217; che proprio mi sono <em>comportata</em> male. Ho fatto delle cose <em>brutte</em>. Ne vado fiera? No. Ho scusanti? Sì e no. Potevo evitarle? Sì.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho la minima intenzione di entrare nel dettaglio di queste &#8220;cose brutte&#8221;, ma piuttosto di chiedermi: allora, perché le ho fatte?</p>
<p style="text-align: justify;">Le ho fatte perché, nell&#8217;immediato, mi <em>piaceva</em> l&#8217;idea di comportarmi male. Ne traevo un tornaconto di facile spendibilità, che poteva essere: adesso faccio soffrire Tizio perché così soffrirò meno io; rubo quest&#8217;attimo di piacere, perché lusinga il mio ego e mi fa sentire più sicura di me; so di avere potere su una certa persona, ed esercito questo potere per avere un appagamento narcisistico, ora, subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste cose mi hanno fatto sentire meglio? Nell&#8217;immediato, sì. Alla lunga, no. Un po&#8217; come i mobili dell&#8217;Ikea: sono mica brutti, i mobili dell&#8217;Ikea. Il dramma è che invecchiano presto e male. Così è stato dei miei istanti di sconsiderato egoismo a danni di terzi (e talvolta anche quarti).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è, più in generale, il dramma dell&#8217;<em>homo consumens</em>: consuma tutto, consuma gli altri, consuma (e sperpera) se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile fare outing e dire a se stessi: sono stata una stronza. Ma ciò che è peggio, oltre alla consapevolezza di essere stati stronzi, è sapere che lo si è stati <em>per le ragioni sbagliate</em>. Che alla base c&#8217;era un legittimo senso di frustrazione, tristezza e insoddisfazione. Ma che si è volutamente scelto di incanalarlo sulla strada più semplice, prendendo una scorciatoia, costringendolo in un vicolo cieco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora il lavoro è ancora più difficile, perché non devo affrontare solo frustrazione tristezza e insoddisfazione, ma quel senso etico sfasato che, come già diceva Seneca, mi fa conoscere il meglio e agire per il peggio.<br />
Finita l&#8217;ora dell&#8217;outing, inizia la fase del restyling.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Credetemi (e se non riuscite ad arrivare alla fine del post, sappiate che vi capisco)</title>
		<link>http://www.tremaredamore.it/2010/04/24/credetemi-e-se-non-riuscite-ad-arrivare-alla-fine-del-post-sappiate-che-vi-capisco/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 08:37:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comunicare è un casino. Soprattutto quando una persona, a un certo punto del discorso, ti dice «Posso parlarti sinceramente?», e io penso: perché, fino a questo momento mi hai parlato insinceramente? Un casino, dico. E non solo comunicare a voce, ma anche per iscritto. Ho scritto milioni di lettere, mail, messaggi. Mi sono scorticata le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/maninthemirror1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2350" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Man in the mirror" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/maninthemirror1.jpg" alt="" width="263" height="305" /></a>Comunicare è un casino. Soprattutto quando una persona, a un certo punto del discorso, ti dice «Posso parlarti sinceramente?», e io penso: <em>perché, fino a questo momento mi hai parlato insinceramente? </em>Un casino, dico. E non solo comunicare a voce, ma anche per iscritto. Ho scritto milioni di lettere, mail, messaggi. Mi sono scorticata le dita e il cervello per affinare con le parole i miei concetti, per renderli più possibile rispondenti al vero. Non ci sono riuscita un granché.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagino sia prerogativa delle persone complicate (e non c&#8217;è autocompiacimento in questo, credetemi). Quando dico una parola o una frase, subito mi interrogo su come l&#8217;ho detta, come l&#8217;ho pensata, a chi l&#8217;ho detta e come quest&#8217;altra persona l&#8217;ha interpretata. E se la persona in questione mi risponde, cavolo, le cose si ingarbugliano. Perché allora mi interrogo se <em>quel</em> che ha detto e <em>come</em> l&#8217;ha detto risponde al modo in cui pensa, e quale obiettivo voleva raggiungere dicendo quella cosa in quel modo, se è stata la mia affermazione precedente a scatenare quella risposta e se sarebbe stata una risposta diversa se diversa fosse stata la mia affermazione. E poi c&#8217;è tutto l&#8217;aspetto della comunicazione non verbale. E poi c&#8217;è l&#8217;inconscio, che vallo a capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, si crea un&#8217;impasse. Si crea impotenza. E più voglio afferrare i significati profondi di una conversazione profonda, meno afferro, perché arrivo al punto in cui non so più distinguere tra l&#8217;oggettività delle cose che si dicono e le ombre di quel che vorrei si dicesse ma non si dice. Provatela a definire, a delimitare, ad acchiappare un&#8217;ombra! L&#8217;ombra sono le aspettative, i desideri, il bisogno di essere compresi e di avere <em>esattamente</em> quel che non si ha il coraggio di chiedere. E chi di noi, signori, ha mai <em>esattamente</em> quel che vorrebbe avere nell&#8217;istante in cui scopre di volerlo?</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci capisco più nulla, credetemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa ero nel bel mezzo di una telefonata di questo tipo. In cui la sensazione, durante e dopo la chiamata, è stata quella di non averci capito una sega, dal principio alla fine. Un&#8217;ora e mezza di seghe, se mi passate il francesismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che, da un lato, le cose &#8211; tutte le cose &#8211; sono drammaticamente complicate, labirintiche, frammentate da milioni di specchi deformanti. Dall&#8217;altro sono semplici in maniera disarmante. E ciò che le rende semplici, tutte le cose, sono i fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">A una persona che mi chiede: posso parlarti sinceramente?, l&#8217;unica risposta <em>sincera</em> sarebbe stata: no, voglio che tu <em>agisca</em> sinceramente. Se una persona dice: <em>mi sei cara</em>, mi aspetto che me lo faccia capire a gesti (e non quelli dell&#8217;alfabeto muto). Quando mi sento dire: ti voglio bene, desidero che quell&#8217;affetto assuma una forma intelligibile, concreta, fattuale. Altrimenti, credetemi, sono solo parole, e le parole sono solo seghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, poteva sembrare un post cervellotico. In realtà, è soltanto un post molto banale. Il cui concetto è: se vuoi che creda alle tue parole, <em>sinceramente</em>, falle seguire dai fatti, <em>semplicemente</em>. Tutto qui.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>P.S.</strong><br />
Una strana comunicazione di servizio, che non semplifica le cose o forse sì.<br />
Questo post, scritto una decina di giorni fa, aveva un interlocutore ben preciso, nascosto in quel &#8220;tu&#8221;.<br />
Poi, dopo averlo scritto e indirizzato, ho cambiato idea e, siccome di quel &#8220;tu&#8221; a un certo punto me ne è fregato meno di niente, credevo non valesse la pena pubblicarlo.<br />
Infine, siccome quel &#8220;tu&#8221;, oggi, non ricordo nemmeno più chi diavolo sia, e pensando che è pur sempre un post che contiene un&#8217;idea in cui credo, ho deciso di pubblicarlo. Tutto qui! </em></p>
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		<title>Banalità (mi piace/non mi piace)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 11:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prendo in mano Amore Liquido di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta. Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d&#8217;amore. Legame &#8211; legaccio &#8211; legare. Sono termini che fanno paura e rimandano a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/di-spalle-che-partivo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2404" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="... di spalle che partivo" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/di-spalle-che-partivo.jpg" alt="" width="360" height="265" /></a>Prendo in mano <em>Amore Liquido</em> di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d&#8217;amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Legame</strong> &#8211; <strong>legaccio</strong> &#8211; <strong>legare</strong>. Sono termini che fanno paura e rimandano a un immaginario di clausura, prigionia o asfissia.<br />
Mi piace abbastanza il termine &#8220;legame&#8221;, ma non mi piace il termine &#8220;legare&#8221;. Preferisco &#8220;<strong>impegno</strong>&#8220;. Non c&#8217;è stata volta, nella mia vita, in cui impegnarmi in qualcosa (un compito in classe, un&#8217;amicizia, un esame o una relazione) non mi abbia alla fine ripagato della fatica. Talvolta è stato anche il solo <em>atto</em> <em>di</em> impegnarmi, di metterci del mio, di crederci e andare avanti, il &#8220;premio&#8221;, e nient&#8217;altro. Non è che tutto deve sempre provenire dall&#8217;esterno a dirci quanto siamo bravi belli e fighi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace il termine &#8220;<strong>responsabile</strong>&#8220;. Mi piace il termine &#8220;<strong>riconoscere</strong>&#8221; (io mi riconosco in te, e tu mi riconosci. Tra mille milioni di persone e possibilità, tu riconosci proprio me&#8230; è un pensiero vertiginoso!) Mi piace il termine &#8220;<strong>relazione</strong>&#8220;, essere &#8220;<strong>in</strong>&#8221; relazione. Mi piace l&#8217;attimo di eternità che c&#8217;è in quella piccola particella.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi l&#8217;eternità finisce, e inizia il vocabolario del disamore. Dove non mi piace quel che leggo. Perché, anche se la rottura l&#8217;ho voluta io, anche se la rottura è stata un atto di democrazia e comune volontà, &#8220;<strong>rottura</strong>&#8220;, &#8220;<strong>abbandono</strong>&#8220;, &#8220;<strong>addio</strong>&#8221; sono termini che non mi piacciono lo stesso. In quell&#8217;abbondanza di lettere e sillabe, c&#8217;è tutto un intero requiem che suona per te, per me, dall&#8217;<em>Introitus</em> alla <em>Communio </em>passando per il <em>Dies Irae</em> e il <em>Lacrimosa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza considerare che, in ogni rottura, c&#8217;è uno dei due che volta le spalle e se ne va; mentre l&#8217;altro, per un po&#8217;, rimane ancora legato. E&#8217; un&#8217;immagine triste, come quelle bandiere per gran parte scollate dall&#8217;asta e sono lì lì per scivolare a terra. Come le camicie messe ad asciugare, quando un colpo di vento ne stacca un braccio dallo stenditoio. Uno resta, uno va.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace nulla di tutto questo. Chiedo solo di vivere &#8220;in&#8221; quell&#8217;attimo di eternità, e che rimanga tale a dispetto di ciò che accade intorno. Chiedo solo che, mutatis mutandis, un sentimento o un legame non si trasformino per forza nel suo opposto, la morte in luogo della vita, l&#8217;indifferenza in luogo del riconoscimento dell&#8217;altro, la rabbia invece dell&#8217;affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Perché tutto si tiene</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 10:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[mascolino]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Fini]]></category>
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		<category><![CDATA[uomini]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggo qui dell&#8217;articolo di Massimo Fini sulle donne, e leggo con attenzione anche la giusta replica di Marina. Devo ammettere che a me l&#8217;articolo di Fini, in più punti, ha fatto venire da ridere (usa espressioni talmente buffe! Ad es.: «Ma state a casa, cretine, a fare figli», «Al primo singhiozzo [il pianto delle donne] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Yin_Yang.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2395" title="Tutto si tiene" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Yin_Yang.jpg" alt="" width="270" height="270" /></a>Leggo qui dell&#8217;<a href="http://ineziessenziali.blogspot.com/2010/04/massimo-fini-invidioso-confesso.html" target="_blank">articolo di Massimo Fini</a> sulle donne, e leggo con attenzione anche la giusta replica di Marina. Devo ammettere che a me l&#8217;articolo di Fini, in più punti, ha fatto venire da ridere (usa espressioni talmente buffe! Ad es.: «Ma state a casa, cretine, a fare figli», «Al primo singhiozzo [il pianto delle donne] bisognerebbe estrarre la pistola», e la stupenda «Ma come, io [uomo] faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare?»). Insomma, un umorista nato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue &#8220;argomentazioni&#8221; sono così grossolanamente volgari, ingiuste e ignoranti da non meritare di essere prese in considerazione; diciamo che il Fini si commenta da sé, e dà esattissima misura di quel che vale &#8211; e di quel che vale il suo pensiero &#8211; scrivendo quel che scrive. Non c&#8217;è bisogno di star qui a raccontarsi che &#8220;scopare&#8221; con gli uomini non è sempre così appagante come loro credono, e mi spiace per i loro sforzi, ma spesso gli sfugge del tutto l&#8217;abc dell&#8217;anatomia femminile, ai signori maschi, e questo è un problema che nessun consumo di calorie, gesto acrobatico o dispendio di sudore riuscirà mai a superare.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è però un aspetto serio nelle riflessioni che Massimo Fini, involontariamente, ha suscitato in me. Ed è questo: c&#8217;è qualcosa di sbagliato in questa rigida distinzione maschile/femminile che la nostra società e la nostra cultura continua a portare avanti. C&#8217;è, anzi, <em>molto</em> di sbagliato in tutte le distinzioni aut-aut che il nostro pensiero occidentale continua a fare.<br />
Io capisco i pregi della semplificazione, ma vedo anche i tragici limiti del semplicismo. E ostinarsi a guardare il mondo e le nostre categorie alla luce di opposti, di qualunque tipo (bene/male, bianco/nero, giusto/sbagliato, bello/brutto, positivo/negativo) è limitante. Non è solo una questione che gli opposti si attraggono o che esistono le sfumature. E&#8217; un discorso al tempo stesso più complesso e molto più semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; che tutto si tiene, che nel maschile ci sono qualità femminili e viceversa, è che il bianco (assoluto) e il nero (assoluto) esistono solo come categorie mentali e non reali. Se prendiamo ad esempio le <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Filosofie_orientali" target="_blank">filosofie orientali</a>, ci rendiamo conto che nulla è mai così come la nostra mente lo analizza e lo sintetizza, perché in ultima analisi ogni cosa dipende da ogni altra cosa, tutto è legato a tutto.<br />
Per restare in tema: il mascolino e il femminino sono qualità che tutti abbiamo, indipendentemente dall&#8217;essere uomo o donna, e sono complementari, non opposte. Non si fanno la guerra, ma operano per trovare la pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rendo conto che sto facendo della facile teoresi. Ma, esemplificando al massimo e portando la mia esperienza, posso dire questo: mi sono sempre sentita molto &#8220;femminile&#8221;. Molti sono gli aspetti caratteristici dell&#8217;archetipo femminile che io mi riconosco (l&#8217;empatia, la capacità di accogliere, l&#8217;adattabilità, l&#8217;istintività e così via). Ma, al contempo, mi sono sempre sentita molto &#8220;maschile&#8221;, perché negli anni ho sviluppato qualità che sono tipiche dell&#8217;archetipo maschile, come la forza, la razionalità, l&#8217;aggressività.</p>
<p style="text-align: justify;">Un uomo come Massimo Fini, che fa di tutta l&#8217;erba due fasci e li divide salomonicamente, ecco, mi fa pensare che non abbia capito nulla della propria natura, del proprio essere uomo, e abbia una fottutissima paura di ciò che non rientra nelle regole, negli schemi. Le regole e gli schemi ci servono per incasellare, razionalizzare, ordinare e poi dire «Oh, che soddisfazione! Ogni cosa è al proprio posto!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ho una notizia buona e una cattiva. Quella cattiva è che le cose non sono mai &#8220;al loro posto&#8221;. Quella buona è che non si tratta affatto di una cattiva notizia.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>Il laureato (sulla voglia e il desiderio)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 08:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica pomeriggio, approfittando di una giornata di pioggia, ho guardato per la prima volta Il laureato. Non che non ne conoscessi la storia, alcune scene e, soprattutto, la bellissima colonna sonora. Ma non mi ero mai presa la briga di vederlo. Un po&#8217; come è accaduto per Qualcuno volò sul nido del cuculo o La grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/039_9631.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2371" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Il Laureato" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/039_9631.jpg" alt="" width="290" height="360" /></a>Domenica pomeriggio, approfittando di una giornata di pioggia, ho guardato per la prima volta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_laureato" target="_blank"><em>Il laureato</em></a>. Non che non ne conoscessi la storia, alcune scene e, soprattutto, la bellissima colonna sonora. Ma non mi ero mai presa la briga di vederlo. Un po&#8217; come è accaduto per <em>Qualcuno volò sul nido del cuculo</em> o <em>La grande abbuffata</em> o <em>Australia </em>(be&#8217;, questo qui potete serenamente saltarlo). Insomma: ci sono film che conosci anche senza averli mai visti, ma questo laureato andava proprio visto.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, siccome mi è piaciuto moltissimo, sono andata a fare quattro passi tra le recensioni, e devo dire che non mi trovo d&#8217;accordo con nessuna di quelle che ho letto. La maggior parte di esse mette l&#8217;accento sull&#8217;aspetto, tra virgolette, <em>politico</em> della vicenda, quella rottura dell&#8217;anticonformismo borghese che precede di qualche mese il Sessantotto. Non che manchi questo aspetto, per carità. Ben Braddock è un gran testadicazzo, fa a modo suo e non sta a sentire nessuno. Galleggia in piscina, disfa letti d&#8217;albergo e, a 21 anni, ha la vitalità di una triglia morta, finché&#8230; Finché incontra <em>lei</em>. E anche con lei riesce a comportasi da gran testadicazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che <em>Il laureato</em> non è una storia politica e non è una storia d&#8217;amore &#8211; tanto meno una storia d&#8217;amore a lieto fine. Certo, il lieto fine c&#8217;è. Ma non è poi così lieto. Qui sta la straordinarietà della vicenda e di chi l&#8217;ha diretta. Questo film è un manifesto ante litteram della nostra società. E&#8217; la locandina visionaria di quel che si trasmette oggi su questi schermi che sono le nostre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitolando: c&#8217;è un ragazzo-uomo annoiato. Ha raggiunto un obiettivo (la laurea) ma non ne ha un altro in vista. Il fatto di non avere un altro obiettivo in vista lo rende sociopatico e annoiato, e lo fa cadere tra le braccia di un&#8217;altrettanto annoiata signora quarantenne. Ci si diverte un po&#8217;, cammin facendo le dice anche cose terribili (tipo che lei è patetica, che la loro <em>liaison</em> è squallida e che andare a letto con lei è quanto di più brutto abbia mai fatto in vita sua), ma continua a vederla.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando incontra Elaine, che è bella, giovane e fresca, decide di volerla. La vuole. E fa cose da matto pur di averla. Corre, sbraita, mente. All&#8217;improvviso la triglia dà un colpo di coda e si dimena affannosamente nell&#8217;acqua.<br />
Il punto è che lui non sa niente di lei (e lei non sa niente di lui, se non che è andato a letto con sua madre, ma questo sembra non impedirle una deformata visione romantica di quell&#8217;ometto lì) e non è esattamente lei che vuole. Vuole l&#8217;obiettivo, vuole l&#8217;adrenalina, vuole avere uno scopo. Ma poi, quando lo scopo è raggiunto e lui scappa con la giovane e fresca Elaine, non c&#8217;è spazio che per un magro sorriso e, subito dopo, il vuoto. Sapete quel tipo di faccia che si fa quando per la testa passa la mefitica frase «E adesso?».</p>
<p style="text-align: justify;">Quei due non hanno un progetto, non hanno un desiderio, non hanno nulla. Nel loro sguardo perso e vuoto galleggiano i resti della triglia morta-rediviva-morta, galleggia lo stesso vuoto pneumatico che c&#8217;era all&#8217;inizio, perché <em>volere</em> è diverso da <em>desiderare</em>, perché volere, il più delle volte, è un capriccio che si esaurisce nell&#8217;arco di poche ore.<br />
Nessuno, quando esce a fare shopping, dice «<em>Desidero</em> un paio di scarpe nuove», ma dice: «<em>Voglio</em> un paio di scarpe nuove». Il grande guru del Nulla contemporaneo, Moccia, non ha scritto «Ho desiderio di te», ma «Ho voglia di te». E questo perché è più facile togliersi una voglia che realizzare un desiderio. La voglia è una sensazione epidermica di facile consumo, e infatti si consuma in fretta. E&#8217; un prurito. Il desiderio, invece, è un fuoco che arde e che &#8211; scusate il gioco di parole &#8211; hai voglia ad estinguerlo!</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, <em>Il laureato</em> è tutto questo: uno straordinario affresco sociologico di quel che siamo oggi, spinti per inerzia a volere qualcosa che non ci appaga e non potrà mai appagarci, ma ripagati in parte dalla facilità con cui riusciamo a ottenerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>Se telefonando</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 09:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico. Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/telefono.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2330" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 2px solid black;" title="Se telefonando" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/telefono.jpg" alt="" width="295" height="356" /></a>Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico.<br />
Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, li odiavo &#8211; mi sembrava fossero oggetti volgari. Nessuno dei due ne possedeva uno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sentici, M. doveva telefonare a casa mia (con tutto che all&#8217;inizio la nostra storia era, come dire, non proprio ufficiale) e io dovevo chiamare un centralino che, se andava di culo, suonava libero e, se proprio era la mia giornata fortunata e M. era in camera, avevamo a disposizione 20 minuti per parlare. Altrimenti ciccia. Il più delle volte era ciccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il tempo delle schede telefoniche colorate (sulle quali, con l&#8217;uniposca, scrivevo la data di utilizzo) e dei telefoni pubblici. Quello in piazza Calvi era il mio avamposto. Qualche volta c&#8217;era Silvia con me, e passeggiavamo davanti a quella cabina aspettando l&#8217;ora giusta per chiamare, ché, a quel tempo, spesso ci si dava un appuntamento anche per sentirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed era il periodo in cui leggevo Roland Barthes, che ha scritto le pagine più belle sulle dinamiche tra innamorato e telefoni (tirare su la cornetta per sentire se è libero, non allontanarsi mai più di qualche metro dall&#8217;apparecchio, urlare ai propri genitori di non tenerlo occupato e, nei casi più estremi, evitare di uscire o farsi la doccia per non rischiare di perdersi la chiamata, con il cuore che, a ogni trillo, saltava in gola e cercava di uscire dalla bocca per arrivare a rispondere per primo).<br />
Insomma, in quel continuo picchettare telefoni c&#8217;era della magia, c&#8217;era del sogno in quel rincorrersi e chiudersi in camera o abbracciare un apparecchio arancione mentre le macchine strombazzavano a pochi metri da noi. C&#8217;era poesia. C&#8217;era incanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella è stata la mia educazione sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono rimasta sensibile all&#8217;<em>affaire</em> telefono. L&#8217;avvento in massa dei cellulari, gli sms (i primi ricordo che li trascrivevo su un taccuino, ne contavo i caratteri, li imparavo a memoria), la possibilità di beccarsi in ogni momento e in ogni luogo&#8230; be&#8217;, mi parve il paradiso in terra. Il paradiso in terra, come ogni paradiso in terra che si rispetti, ha però un grave limite: ha la data di scadenza stampigliata con chiarezza sul retro.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi come oggi ho due telefoni cellulari, un fisso a Milano, un account Skype, un fisso a Imperia (che non è lo stesso numero dei miei genitori, ma una linea distinta) e qualcosa come tre o quattro caselle di posta elettronica. E in tutta questa ricchezza di mezzi di comunicazione, aggeggi, caricabatterie, password e prese della luce intasate (i pin ho capito subito che erano al di là delle mie possibilità mnemoniche e li ho eliminati in un batter d&#8217;occhio), be&#8217;, non mi sono mai sentita così vuota e sola e povera di parole. Quelle che contano, intendo.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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