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	<title>Tipi d&#039;aMare (per brevità) &#187; Esperienze</title>
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	<description>Nomina nuda tenemus</description>
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		<title>Pesci d&#8217;argento e sfumature</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 06:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se sto leggendo con altissimo tasso di gradimento Gerry Durrell, non ho mai amato e mai amerò le bestiole, gli insetti, gli affari che volano ronzando o strisciano sbavando. E&#8217; più forte di me. L&#8217;altro giorno ero a casa dei miei e vedo per terra un animaletto giallognolo lungo due o tre centimetri, contornati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/macmineralizestyleblack.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2594" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 1px solid black;" title="Sfumature" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/macmineralizestyleblack.jpg" alt="" width="270" height="270" /></a>Anche se sto leggendo con altissimo tasso di gradimento <a href="http://doc.studenti.it/appunti/libri/mia-famiglia-altri-animali-gerald-durrell.html" target="_blank">Gerry Durrell</a>, non ho mai amato e mai amerò le bestiole, gli insetti, gli affari che volano ronzando o strisciano sbavando. E&#8217; più forte di me.<br />
L&#8217;altro giorno ero a casa dei miei e vedo per terra un animaletto giallognolo lungo due o tre centimetri, contornati da sacco di zampette diafane. Arretro cautamente e arpiono la mia signora madre: «Madre!», bisbiglio «c&#8217;è da far secca una bestia, in camera mia!», «Che bestia? Un serpente? Un capricorno alato?», chiede lei prendendomi beatamente per i fondelli. «No!», rispondo risentita «E&#8217; una roba gialla&#8230; penso sia una processionaria! E le processionarie sono <em>cattive</em>&#8230;», «Ehm, già», ammette lei. E andiamo a cercare la presunta processionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriviamo in camera e, senza avvicinarmi troppo al luogo del ritrovamento, do indicazioni precisissime su dove trovare la bestia cattiva. Signora madre la scova sotto il comodino, poi si gira verso il mio sguardo terrorizzato e sbuffa: «Ma non è una processionaria!». Ah no? E allora che cos&#8217;è? «Un pesciolino d&#8217;argento!», azz!, commento io, con un nome così bello ha una faccia così brutta? Lei lo afferra in silenzio con un pezzo di carta e lo trasloca in giardino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma si sa, anche se nauseata dagli insetti, vaghe reminiscenze di zoologia mi impongono un istante di riflessione e, qualche ora dopo, torno da mia madre e riapro l&#8217;argomento. «Madre!», tuono colma di spirito ermeneutico e sete di sapere, «Quello non era un pesciolino d&#8217;argento!», «Ah no? E cos&#8217;era? Un pitone? Una sanguisuga gigante?», mi irride lei. «No! Era una processionaria!». «Ma no Vale&#8230;», mi spiega pazientemente, «le processionarie sono gialle!», «E infatti! Quella <em>cosa</em> era gialla!». E la mia signora madre, come parlasse ad un bambino deficiente: «No. &#8220;Quella cosa&#8221;, come la chiami tu, era beige». E  io ammutolisco.</p>
<p style="text-align: justify;">[Ora, dopo una rapida quanto circospetta ricerca su Wikipedia, ho capito che <em>quella cosa</em> non era un pesciolino d'argento (né, a voler proprio essere rigorosi, una processionaria). Però vi assicuro che era brutta assai, nonostante la sua sfumatura di beige un tantino brûlée fosse proprio chic...]</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>My work</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 22:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Faccio un bel lavoro. Quando andai a Roma a seguire un corso di tre giorni per curatori d&#8217;arte, mi incazzai parecchio sentendo Ludovico Pratesi tuonare: «Se fate questo mestiere perché è di moda, allora smettere subito». Io non sapevo fosse un &#8220;mestiere alla moda&#8221;; sapevo solo che era un mestiere che mi aveva scelto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Lavoro_RockfellerR375.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2566" style="border: 2px solid black;" title="Insieme" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/Lavoro_RockfellerR375.jpg" alt="" width="475" height="255" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Faccio un bel lavoro.<br />
Quando andai a Roma a seguire un corso di tre giorni per curatori d&#8217;arte, mi incazzai parecchio sentendo Ludovico Pratesi tuonare: «Se fate questo mestiere perché è di moda, allora smettere subito». Io non sapevo fosse un &#8220;mestiere alla moda&#8221;; sapevo solo che era un mestiere che mi aveva scelto a mia insaputa. Per questo, da allora, mi sento una privilegiata (e sconsiglio i corsi, di qualunque forma e natura. L&#8217;unico modo per imparare a fare una cosa non è pensandoci su, teorizzando o prendendo appunti. E&#8217; facendola. E, sì, si tratta di un&#8217;affermazione categorica, la mia, da pura teorizzatrice).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono momenti, nel mio lavoro, di grande bellezza, e non si tratta solo di una bellezza che nasce dall&#8217;arte ma dai rapporti umani, dalle situazioni che accadono, dal legame che l&#8217;arte, in generale, sembra creare tra le persone. I momenti migliori sono quelli degli allestimenti. Non parlo tanto degli allestimenti che seguo da curatrice, quanto di quelli che seguo come membro della mia associazione culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;associazione culturale che ho fondato un paio di anni fa &#8211; dovete sapere &#8211; è formata da gente cazzutissima che ha la straordinaria tendenza, una o due volte l&#8217;anno, ad organizzare eventi che, per i nostri mezzi e le nostre braccia (e la nostra rocambolesca concezione del verbo &#8220;organizzare&#8221;), acquistano dimensioni pantagrueliche, si trasformano in epifanie apocalittiche, creano nottate insonni, gente che dà fuori di melone alla vigilia del Grande Giorno, spasmodiche attese, soci col fiatone che corrono ai quattro angoli della città a recuperare l&#8217;apparentemente irrecuperabile, genitori partner amici che vengono misericordiosamente in aiuto dei loro cari e i loro cari che per giorni e giorni dimenticano d&#8217;avere relazioni che non siano con l&#8217;allestimento&#8230;<br />
Insomma, si genera e si propaga con effetto domino una cagnara d&#8217;inferno tale che, quando arriviamo congestionati e trafelati all&#8217;ora dell&#8217;inaugurazione, abbiamo increduli sorrisi da raggiunta Terra Promessa &#8211; che manco Cristoforo Colombo e la sua ciurma.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non voglio fare l&#8217;apologia delle domeniche passate a lavorare o delle mezze notti in bianco, dei ritardi, degli «Ops!» che ci sfuggono qualche volta di troppo, o degli intoppi dell&#8217;ultima ora &#8211; &#8220;perché siamo gente che lavora meglio sotto stress, noi&#8221;.<br />
Voglio solo dire che adesso, in piena fase convulsa, a circa 15 giorni dalla nostra prossima inaugurazione epocale (e stavolta un po&#8217; più epocale delle altre), c&#8217;è quel clima di tensione, laboriosità, solidarietà, vicinanza, entusiasmo, sudore e muscoli dolenti e risate che mi rende caro un lavoro come questo, anche nei suoi momenti più difficili: quando mi assale la febbre per stanchezza, quando non ho tempo di rispondere al telefono, quando alla sera mi butto a letto e svengo dopo mezza pagina di libro con la luce accesa e gli occhiali sul naso.<br />
E mi rende care le persone con cui lavoro, e i progetti che abbiamo, e la fame di vita e di bellezza, e i pensieri le mani gli occhi che vanno tutti nella stessa direzione&#8230;<br />
Come faccio a spiegarvelo, io, che amo tutto questo pazzamente?</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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		<title>L&#8217;ora dell&#8217;outing</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 10:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E&#8217; un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/astratto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2438" style="margin: 2px; border: 2px solid black;" title="L'albero della conoscenza" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/astratto.jpg" alt="" width="300" height="360" /></a>Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E&#8217; un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di questa marea.<br />
E&#8217; che proprio mi sono <em>comportata</em> male. Ho fatto delle cose <em>brutte</em>. Ne vado fiera? No. Ho scusanti? Sì e no. Potevo evitarle? Sì.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho la minima intenzione di entrare nel dettaglio di queste &#8220;cose brutte&#8221;, ma piuttosto di chiedermi: allora, perché le ho fatte?</p>
<p style="text-align: justify;">Le ho fatte perché, nell&#8217;immediato, mi <em>piaceva</em> l&#8217;idea di comportarmi male. Ne traevo un tornaconto di facile spendibilità, che poteva essere: adesso faccio soffrire Tizio perché così soffrirò meno io; rubo quest&#8217;attimo di piacere, perché lusinga il mio ego e mi fa sentire più sicura di me; so di avere potere su una certa persona, ed esercito questo potere per avere un appagamento narcisistico, ora, subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste cose mi hanno fatto sentire meglio? Nell&#8217;immediato, sì. Alla lunga, no. Un po&#8217; come i mobili dell&#8217;Ikea: sono mica brutti, i mobili dell&#8217;Ikea. Il dramma è che invecchiano presto e male. Così è stato dei miei istanti di sconsiderato egoismo a danni di terzi (e talvolta anche quarti).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è, più in generale, il dramma dell&#8217;<em>homo consumens</em>: consuma tutto, consuma gli altri, consuma (e sperpera) se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile fare outing e dire a se stessi: sono stata una stronza. Ma ciò che è peggio, oltre alla consapevolezza di essere stati stronzi, è sapere che lo si è stati <em>per le ragioni sbagliate</em>. Che alla base c&#8217;era un legittimo senso di frustrazione, tristezza e insoddisfazione. Ma che si è volutamente scelto di incanalarlo sulla strada più semplice, prendendo una scorciatoia, costringendolo in un vicolo cieco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora il lavoro è ancora più difficile, perché non devo affrontare solo frustrazione tristezza e insoddisfazione, ma quel senso etico sfasato che, come già diceva Seneca, mi fa conoscere il meglio e agire per il peggio.<br />
Finita l&#8217;ora dell&#8217;outing, inizia la fase del restyling.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Quella volta che</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 06:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stavo tornando da fare la spesa quando, complice il sacchetto pieno di delizie che portavo in mano, mi è venuta in mente quella volta in cui mia madre mise la nutella in frigo. Io la cercavo disperatamente in dispensa, buttavo giù barattoli di pesche sciroppate e crocchette per il gatto, quando mi arresi: «Madre, dov&#8217;è la nutella?!» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/00014-N1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2429" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Quella volta che" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/00014-N1.jpg" alt="" width="280" height="335" /></a>Stavo tornando da fare la spesa quando, complice il sacchetto pieno di delizie che portavo in mano, mi è venuta in mente quella volta in cui mia madre mise la nutella in frigo. Io la cercavo disperatamente in dispensa, buttavo giù barattoli di pesche sciroppate e crocchette per il gatto, quando mi arresi: «Madre, dov&#8217;è la nutella?!» e lei rispose, candida come una colomba: «Ma in frigo, Vale!». In frigo?? Rimasi stecchita.<br />
Le spiegai pazientemente che, nonostante non fossimo consumatori compulsivi di nutella, era Verità Universalsamente Nota che la nutella <em>non va</em> in frigorifero.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora, per duecento metri, ho fatto il giochino del &#8220;Quella volta che&#8221;, e non è che mi siano successe chissà quali cose, nella vita, ma ce ne sono alcune che non potrei mai dimenticare (occhio che sono stronzate, eh?).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella volta che</strong> il mio primo fidanzatino del liceo mi disse, ammirando sognante i miei occhi: «Hai delle ciglia lunghissime, tesoro». Poi, allontanandosi con aria già più critica, come a prendere le misure, concluse: «Perché non te le tagli un po&#8217;?». Fine del Fidanzatino del Liceo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella volta che</strong> (purtroppo recentissimamente) alla Triennale di Milano, uscendo dalle porte <em>in ferro</em> che portano ai bagni, vidi un uomo bellissimo che arrivava nella mia direzione e, presa da incontenibile emozione, spinsi l&#8217;anta con troppa foga. La porta mi si richiuse immediatamente sul naso rimbombando mostruosamente per tutta la Triennale. Quando la riaprii, l&#8217;uomo bellissimo mi stava ridendo in faccia (assieme a <em>tutti</em> gli avventori presenti). [Sappiate che mi sto ancora vergognando moltissimo...]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella volta che</strong>, cucinando delle piccole deliziose bavaresi per una delle mie tante dolci metà, e seguendo <em>a menadito</em> la ricetta sul manuale, dimenticai di frazionare le dosi della colla di pesce. Uscite dal frigo, le bavaresi alla fragola erano pronte per essere usate come pallettoni da cannone.</p>
<p style="text-align: justify;">(Variante della Bavarese è la <strong><em>Volta degli Spinaci</em></strong>. Ero a Bologna e stavo cucinando degli spinaci con M. quando, presa dall&#8217;animosità del discorso e voltandomi bruscamente verso di lui, il polsino della camicia che indossavo si impigliò nel manico della padella e gli spinaci, compiendo una magnifica parabola aerea, si seminarono su tutto il pavimento. Ammutolimmo all&#8217;istante.<br />
Ci sarebbe anche la <strong><em>Volta della Bottiglia di Vino Rosso</em></strong>, ma, insomma, ormai avrete capito che quando mi trovo in cucina divento piuttosto emotiva&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella volta che</strong> a novembre, al primo appuntamento con uno che sarebbe diventato un&#8217;altra breve metà, nello scegliere il locale in cui andare a bere lui mi chiese: «Ci sediamo qui, ti va? Così possiamo stare nel dehors e fumare, se non hai troppo freddo&#8230; ci sono i funghi!» e io risposi argutamente: «Ma dai? Ti piacciono i funghi? Anche a me, moltissimo!».</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Banalità (mi piace/non mi piace)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 11:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prendo in mano Amore Liquido di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta. Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d&#8217;amore. Legame &#8211; legaccio &#8211; legare. Sono termini che fanno paura e rimandano a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/di-spalle-che-partivo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2404" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="... di spalle che partivo" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/di-spalle-che-partivo.jpg" alt="" width="360" height="265" /></a>Prendo in mano <em>Amore Liquido</em> di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d&#8217;amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Legame</strong> &#8211; <strong>legaccio</strong> &#8211; <strong>legare</strong>. Sono termini che fanno paura e rimandano a un immaginario di clausura, prigionia o asfissia.<br />
Mi piace abbastanza il termine &#8220;legame&#8221;, ma non mi piace il termine &#8220;legare&#8221;. Preferisco &#8220;<strong>impegno</strong>&#8220;. Non c&#8217;è stata volta, nella mia vita, in cui impegnarmi in qualcosa (un compito in classe, un&#8217;amicizia, un esame o una relazione) non mi abbia alla fine ripagato della fatica. Talvolta è stato anche il solo <em>atto</em> <em>di</em> impegnarmi, di metterci del mio, di crederci e andare avanti, il &#8220;premio&#8221;, e nient&#8217;altro. Non è che tutto deve sempre provenire dall&#8217;esterno a dirci quanto siamo bravi belli e fighi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace il termine &#8220;<strong>responsabile</strong>&#8220;. Mi piace il termine &#8220;<strong>riconoscere</strong>&#8221; (io mi riconosco in te, e tu mi riconosci. Tra mille milioni di persone e possibilità, tu riconosci proprio me&#8230; è un pensiero vertiginoso!) Mi piace il termine &#8220;<strong>relazione</strong>&#8220;, essere &#8220;<strong>in</strong>&#8221; relazione. Mi piace l&#8217;attimo di eternità che c&#8217;è in quella piccola particella.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi l&#8217;eternità finisce, e inizia il vocabolario del disamore. Dove non mi piace quel che leggo. Perché, anche se la rottura l&#8217;ho voluta io, anche se la rottura è stata un atto di democrazia e comune volontà, &#8220;<strong>rottura</strong>&#8220;, &#8220;<strong>abbandono</strong>&#8220;, &#8220;<strong>addio</strong>&#8221; sono termini che non mi piacciono lo stesso. In quell&#8217;abbondanza di lettere e sillabe, c&#8217;è tutto un intero requiem che suona per te, per me, dall&#8217;<em>Introitus</em> alla <em>Communio </em>passando per il <em>Dies Irae</em> e il <em>Lacrimosa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza considerare che, in ogni rottura, c&#8217;è uno dei due che volta le spalle e se ne va; mentre l&#8217;altro, per un po&#8217;, rimane ancora legato. E&#8217; un&#8217;immagine triste, come quelle bandiere per gran parte scollate dall&#8217;asta e sono lì lì per scivolare a terra. Come le camicie messe ad asciugare, quando un colpo di vento ne stacca un braccio dallo stenditoio. Uno resta, uno va.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace nulla di tutto questo. Chiedo solo di vivere &#8220;in&#8221; quell&#8217;attimo di eternità, e che rimanga tale a dispetto di ciò che accade intorno. Chiedo solo che, mutatis mutandis, un sentimento o un legame non si trasformino per forza nel suo opposto, la morte in luogo della vita, l&#8217;indifferenza in luogo del riconoscimento dell&#8217;altro, la rabbia invece dell&#8217;affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Se telefonando</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 09:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VforValentina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico. Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tremaredamore.it/wp-content/telefono.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2330" style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 3px; margin-right: 3px; border: 2px solid black;" title="Se telefonando" src="http://www.tremaredamore.it/wp-content/telefono.jpg" alt="" width="295" height="356" /></a>Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico.<br />
Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, li odiavo &#8211; mi sembrava fossero oggetti volgari. Nessuno dei due ne possedeva uno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sentici, M. doveva telefonare a casa mia (con tutto che all&#8217;inizio la nostra storia era, come dire, non proprio ufficiale) e io dovevo chiamare un centralino che, se andava di culo, suonava libero e, se proprio era la mia giornata fortunata e M. era in camera, avevamo a disposizione 20 minuti per parlare. Altrimenti ciccia. Il più delle volte era ciccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il tempo delle schede telefoniche colorate (sulle quali, con l&#8217;uniposca, scrivevo la data di utilizzo) e dei telefoni pubblici. Quello in piazza Calvi era il mio avamposto. Qualche volta c&#8217;era Silvia con me, e passeggiavamo davanti a quella cabina aspettando l&#8217;ora giusta per chiamare, ché, a quel tempo, spesso ci si dava un appuntamento anche per sentirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed era il periodo in cui leggevo Roland Barthes, che ha scritto le pagine più belle sulle dinamiche tra innamorato e telefoni (tirare su la cornetta per sentire se è libero, non allontanarsi mai più di qualche metro dall&#8217;apparecchio, urlare ai propri genitori di non tenerlo occupato e, nei casi più estremi, evitare di uscire o farsi la doccia per non rischiare di perdersi la chiamata, con il cuore che, a ogni trillo, saltava in gola e cercava di uscire dalla bocca per arrivare a rispondere per primo).<br />
Insomma, in quel continuo picchettare telefoni c&#8217;era della magia, c&#8217;era del sogno in quel rincorrersi e chiudersi in camera o abbracciare un apparecchio arancione mentre le macchine strombazzavano a pochi metri da noi. C&#8217;era poesia. C&#8217;era incanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella è stata la mia educazione sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono rimasta sensibile all&#8217;<em>affaire</em> telefono. L&#8217;avvento in massa dei cellulari, gli sms (i primi ricordo che li trascrivevo su un taccuino, ne contavo i caratteri, li imparavo a memoria), la possibilità di beccarsi in ogni momento e in ogni luogo&#8230; be&#8217;, mi parve il paradiso in terra. Il paradiso in terra, come ogni paradiso in terra che si rispetti, ha però un grave limite: ha la data di scadenza stampigliata con chiarezza sul retro.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi come oggi ho due telefoni cellulari, un fisso a Milano, un account Skype, un fisso a Imperia (che non è lo stesso numero dei miei genitori, ma una linea distinta) e qualcosa come tre o quattro caselle di posta elettronica. E in tutta questa ricchezza di mezzi di comunicazione, aggeggi, caricabatterie, password e prese della luce intasate (i pin ho capito subito che erano al di là delle mie possibilità mnemoniche e li ho eliminati in un batter d&#8217;occhio), be&#8217;, non mi sono mai sentita così vuota e sola e povera di parole. Quelle che contano, intendo.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
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