Nei primi anni del Novecento Battista prende la via del mare e va in America, apre un saloon in Illinois, si becca una pallottola in pancia, sforna due figlie bionde, fa i soldi e torna in Liguria con tutta la famiglia. In Italia è miseria nera, e la sua figlia maggiore, Zenaide, quando sale sulla nave per lasciare definitivamente quella vita, dice a mezza voce: «Goodbye my country», frase che le resterà appesa alle labbra per sempre e cementerà di nostalgia il nostro convivere familiare.
Se la ventenne Zenaide, orgogliosa delle sue calze trasparenti di nylon con la riga dietro, si fosse innamorata nella città di Mark e avesse fatto l’amore con un bell’americano biondo come lei, mia nonna Adele non avrebbe incontrato lo scapestrato Riccardo che, bisogna riconoscerlo, se l’era spassata parecchio in Brasile prima di approdare a Imperia e prendersi per moglie quel donnino minuscolo.
Riccardo, però, non se l’era solo spassata. Mentre Battista attraversa per la penultima volta l’oceano, senza famiglia e con la pallottola ancora ben incastrata in pancia, Rick finisce il suo apprendistato come cuoco in una sordida cantina di Buenos Aires, ospite di un presunto zio di parentela in realtà ignota. E’ destino, o vocazione forse, che Riccardo scelga allora di vivere viaggiando sui mercantili, cucinando piramidi di insalata russa per equipaggi stranieri e imparando più cose di quante la sua piccola e concreta Adele, a dispetto delle sue origini avventurose, avrebbe mai potuto capire. Come ad esempio la bontà del pollo al curry.
La prima delusione dell’Italia, una volta rientrati, e di quel paesino ligure in particolare, fu per Zenaide l’impossibilità di trovare negozi che vendessero calze di nylon. La seconda delusione furono la miseria e il lavoro manuale. A cui ne seguirono altre, come la guerra, i tedeschi che bivaccano nelle case, spaccarsi la schiena nella terra delle campagne, i bambini che giocavano a «bum bum» coi fucili dei soldati e qualche drammatico incidente che fortunatamente non provocò mai vittime.
Per Adele, la quieta e silenziosa, il ritorno più che deludente fu scioccante; nel giro di qualche settimana compì il miracolo di dimenticare del tutto la sua lingua madre. Oggi mia nonna compie 99 anni, e di quelle origini americane le è rimasto addosso soltanto il nome: Mary.
V
(storie straordinarie quelle che attraversano i mari…) auguri, molti!
(E’ vero). Grazie! Riferirò all’augusta nonna!
In ritardo, un augurio alla nonna (e un grazie a te per questa storia che mi ricorda qualcosa)
auguri alla nonna!
che bella storia! anche a me ricorda qualcosa. che vorrei raccontare con l’agilità con cui l’hai fatto tu
@ Simple: grazie del pensiero!
@ Ilaria: non troppo agile, credo, ma grazie per gli auguri!
Un tesoro di nonna per un tesoro di nipota! eh beh :* (auguri!)
@ Sara: che esagerazione! (Ma grazie, mi fa piacere…)
confesso di essermi un po’ persa in questi viaggi fra America e Italia, comunque… che bel pensiero per ricordare il compleanno della nonna
) e la scelta dell’immagine contribuisce alla poesia del racconto
Ma pensa… una contro-emigrazione in cosi’ breve tempo

Peccato che abbiamo beccato tempaccio!
… e ti e’ andata bene, anche!
Ero a Sanremo e dintorni sabato scorso
Un caro saluto!
@ Ale: e hai ragione. Anche un mio amico mi ha fatto presente che non si capisce benissimo l’avvicendarsi dei diversi viaggi, a meno che non si abbia già chiara in testa la dinamica. Mi spiace non essere riuscita a fare meglio! Riproverò, un giorno o l’altro…
@ Wolf: be’, insomma, un paio di decenni sono passati facendo su e giù per l’oceano… mica poi così poco, come tempo! (Ma vedi commento sopra). Un caro saluto!
99 volte auguri, anche se in ritardo
@ Antonio: grazie!
Una bellissima storia, raccontata con una tenerezza che tutta tua.
Rientro dalle vacanze e come sempre, ti leggo con piacere.
Ciao e auguri anche se in ritardo.