Just a story (l’inizio)

5 maggio 2010 – 09:39

I letti erano due: uno singolo addossato contro il muro d’ingresso, mentre al centro della stanza c’era un grande letto a due piazze dal copriletto bordeaux. Ci ho messo sopra la mia roba, il pigiama, il libro (Amanti e Regine. Il potere delle donne) e ho acceso tutte le luci. La luce, anche accendendole tutte, è bassa e a fine ottobre la notte scende presto. Mi sono detta: ho voglia fumare, e sono andata alla finestra dopo aver scostato le tende.
La finestra dava su un cortile interno sporco e squallido, e a fine ottobre la notte a Roma è ancora calda così alcuni vicini tenevano i vetri aperti e io spiavo nel buio le loro vite e mi sentivo disperata. Ho sfregato il cerino e mi sono accesa la sigaretta, appoggiando il mento sulla mano il gomito sul parapetto, e guardando fuori. Ovvio che ricordo quel che vedevo oltre le finestre degli altri, soprattutto una cucina spoglia  e lunga, dove lei era giovane carina e preparava da mangiare, e poi è arrivato lui, alto, coi jeans e l’ha abbracciata da dietro – ed è stato peggio della disperazione. Quei lunghi capelli legati, la maglietta da casa, un abbraccio intimo; ho buttato la sigaretta di sotto e chiuso i vetri. Mancavano ancora un bel po’ di tiri.
I rumori e gli odori stranieri sono gli stessi ovunque e dopo un po’ che viaggi capisci che non ti sono nemici, non intenzionalmente almeno, e allora mi sono detta che non aveva senso innervosirsi per un abbraccio non mio, per una scheggia di vita altrui infilatasi sottopelle e nella testa, che la sigaretta meritava di essere finita e quei due maritavano d’essere lasciati in pace. Ho percorso di nuovo i due metri dal letto alla finestra, col dito infilato a metà libro e un’altra sigaretta tra le labbra, ho appoggiato tutto delicatamente sul parapetto e mi sono sforzata di non guardare quella coppia. Non era difficile ignorarli, avevano spento la luce ed erano andati a cenare in qualche altra stanza. Il cerino ha sfrigolato e la carta della sigaretta ha crepitato prendendo fuoco.
Mi sono voltata, spalle all’esterno, a osservare la mia stanza dove tutto era in ordine e aspettavo solo che passasse il tempo. Poche ore, una notte, e l’indomani avrei conosciuto persone nuove e preso appunti e imparato qualcosa in più del mio nuovo mestiere. Mi sarei fermata a bere un caffè americano in un grande bar sotto la pensione, e il tipo dal bancone mi avrebbe detto qualche frase simpatica che non ricordo più, con quell’accento romano che mi sarebbe diventato così familiare nei mesi successivi. Sì, sarebbe andata proprio così.
Ma in quel momento, di notte dopo aver spento le luci grigie della mia stanza e rimasta a fumare immobile in quella penombra dolce, tutto era sospeso, un solo grande punto di domanda scritto al contrario, come un uncino pronto ad arpionare il futuro, goloso di caccia. Il mio futuro, la mia caccia.
La disperazione era lì a un passo, rossa e intermittente come il mozzicone che tenevo fra le labbra e tra le dita. Non sapevo il suo nome, non avrei saputo come chiamarla, quella disperazione, ma poi mi coricai e, finendo il libro, pensai che se i rumori e gli odori stranieri sono gli stessi, ovunque, allora qui o là, ovunque è uguale, ed ero a Roma ma avrei potuto essere a casa. Che è un pensiero che fa male quando si vorrebbe essere altrove, si è altrove, ma nemmeno questo è abbastanza.

V

  1. 2 Responses to “Just a story (l’inizio)”

  2. L’inizio, la fine e quel che ci sta nel mezzo… e così vien fuori il ritratto di una Valentina con una sensibilità fuori misura, che riesce a comunicare emozioni, con immagini che scorrono una davanti all’altra, in uno scenario che ha dell’incredibile, non solo per come è raccontato, ma perché sembra di appartenere ad ognuno di noi.

    Una trilogia dove ogni pezzo sembra fatto apposta per incastrarsi con altri che, solo verso la fine e già nel mezzo, si sentiva che mancavano. L’inizio è proprio un capolavoro, proprio perché da solo è anche fine e quel che ci sta nel mezzo… “lei” che di spalle accetta di essere cinta dalle braccia di lui, (una resa incondizionata, una fiducia, un atto d’amore, che una volta ho anche descritto…difficile da descrivere se non si è donna… ) e tu che di spalle a quell’esterno che ti aveva turbato, mentre cerchi di pensare a delle cose, così giusto per passare il tempo, o magari soltanto la voglia di farlo durare un po’ di più, quel tempo.

    L’ho letti tante volte questi tuoi pezzi e al di là di ciò che ho appena detto, l’unica cosa che ci sarebbe da dire è… il silenzio, come quando seduto davanti alle immagini di un film, dopo la parola fine, ti abbandoni solo ai tuoi pensieri, che è poi quello che ho fatto leggendoti.

    Buon fine settimana e… presa l’aspirina? :-)

    ps: non è un caso che il mio commento l’ho voluto lasciare al “l’inizio”

    By arthur on mag 8, 2010

  3. Ti dirò: il vero “racconto” (da cui il titolo del post) era questo. Non c’erano seconde e terze parti. Le ho aggiunte in un momento successivo. E, per quanto mi riguarda, è l’unico vero racconto dei tre, quello più bello, meno soggettivo (anche se apparentemente lo è di più).
    La trilogia nasce da un’esigenza, quella di dar fondo a un ricordo, scavarne l’anima, anestetizzarlo.
    Mi è piaciuto molto leggere il tuo commento: l’ho trovato molto vero e molto profondo.

    P.S.: niente aspirina, la odio e non mi fa nulla! Un po’ di sana forza di volontà, e tutto passa! ;-)

    Buon weekend a te!

    By VforValentina on mag 8, 2010

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