Lo ammetto: in un passato molto recente mi sono comportata parecchio male. Con più persone e a diversi livelli. Non è soltanto che sono in un periodo particolarmente litigioso della mia vita. E’ un dato di fatto: lo sono, litigiosa, e le persone che mi vogliono bene lo capiscono e attendono pazientemente il ritrarsi di questa marea.
E’ che proprio mi sono comportata male. Ho fatto delle cose brutte. Ne vado fiera? No. Ho scusanti? Sì e no. Potevo evitarle? Sì.
Non ho la minima intenzione di entrare nel dettaglio di queste “cose brutte”, ma piuttosto di chiedermi: allora, perché le ho fatte?
Le ho fatte perché, nell’immediato, mi piaceva l’idea di comportarmi male. Ne traevo un tornaconto di facile spendibilità, che poteva essere: adesso faccio soffrire Tizio perché così soffrirò meno io; rubo quest’attimo di piacere, perché lusinga il mio ego e mi fa sentire più sicura di me; so di avere potere su una certa persona, ed esercito questo potere per avere un appagamento narcisistico, ora, subito.
Queste cose mi hanno fatto sentire meglio? Nell’immediato, sì. Alla lunga, no. Un po’ come i mobili dell’Ikea: sono mica brutti, i mobili dell’Ikea. Il dramma è che invecchiano presto e male. Così è stato dei miei istanti di sconsiderato egoismo a danni di terzi (e talvolta anche quarti).
Questo è, più in generale, il dramma dell’homo consumens: consuma tutto, consuma gli altri, consuma (e sperpera) se stesso.
Non è facile fare outing e dire a se stessi: sono stata una stronza. Ma ciò che è peggio, oltre alla consapevolezza di essere stati stronzi, è sapere che lo si è stati per le ragioni sbagliate. Che alla base c’era un legittimo senso di frustrazione, tristezza e insoddisfazione. Ma che si è volutamente scelto di incanalarlo sulla strada più semplice, prendendo una scorciatoia, costringendolo in un vicolo cieco.
Ora il lavoro è ancora più difficile, perché non devo affrontare solo frustrazione tristezza e insoddisfazione, ma quel senso etico sfasato che, come già diceva Seneca, mi fa conoscere il meglio e agire per il peggio.
Finita l’ora dell’outing, inizia la fase del restyling.
V
“adesso faccio soffrire Tizio perché così soffrirò meno io; rubo quest’attimo di piacere, perché lusinga il mio ego e mi fa sentire più sicura di me;”
No, non credo tu possa essere stata così cinica, forse sei soltanto troppo severa con te stessa ed anche un po’ troppo autocritica, anche se esserlo (autocritica) non può che far bene.
E’ invece probabile che tu, tutte queste cose che hai raccontato, le abbia vissute senza neanche rendertene conto, un’ autodifesa e poi, con il senno del poi ( che se ci pensi, alla fine ci frega sempre…), ti sei rivista in tutte quelle situazioni come protagonista assoluta, mentre invece…
Però una cosa l’hai detta e credo che sia anche molto importante, quel “mi dispiace” vuol dire che riconosci i tuoi errori, e questa è una grande cosa, difficile, oggi, da trovare tra i comuni mortali.
Non vuole essere la mia un’analisi da strapazzo, ma, somigliandoti un po’, soltanto una sorta di solidarietà.
Evvabè, più o meno…
Ps: sull’homo consumens, che consuma (e sperpera) se stesso… mi sa che questa frase te la rubo e me la rivendo alla prima occasione: è troppo bella e soprattutto, troppo vera.
Sentirmi dare della “non-comune mortale”, be’, è stato carino, ma proprio tanto…
Grazie.
Beh, il fatto è che ci sono parecchi comuni mortali che dificilmente ammettono le loro colpe e magari rincarano la dose per trovare a tutti i costi, un capro espiatorio e tu invece, a quel che vedo, brilli esattamente per il contrario e quindi… quando ci vuole, ci vuole.
Evvabè… ‘giorno…
Oh, ma che belle cose che mi dici…
Buongiorno a te!