Credetemi (e se non riuscite ad arrivare alla fine del post, sappiate che vi capisco)
24 aprile 2010 – 10:37
Comunicare è un casino. Soprattutto quando una persona, a un certo punto del discorso, ti dice «Posso parlarti sinceramente?», e io penso: perché, fino a questo momento mi hai parlato insinceramente? Un casino, dico. E non solo comunicare a voce, ma anche per iscritto. Ho scritto milioni di lettere, mail, messaggi. Mi sono scorticata le dita e il cervello per affinare con le parole i miei concetti, per renderli più possibile rispondenti al vero. Non ci sono riuscita un granché.
Immagino sia prerogativa delle persone complicate (e non c’è autocompiacimento in questo, credetemi). Quando dico una parola o una frase, subito mi interrogo su come l’ho detta, come l’ho pensata, a chi l’ho detta e come quest’altra persona l’ha interpretata. E se la persona in questione mi risponde, cavolo, le cose si ingarbugliano. Perché allora mi interrogo se quel che ha detto e come l’ha detto risponde al modo in cui pensa, e quale obiettivo voleva raggiungere dicendo quella cosa in quel modo, se è stata la mia affermazione precedente a scatenare quella risposta e se sarebbe stata una risposta diversa se diversa fosse stata la mia affermazione. E poi c’è tutto l’aspetto della comunicazione non verbale. E poi c’è l’inconscio, che vallo a capire.
Insomma, si crea un’impasse. Si crea impotenza. E più voglio afferrare i significati profondi di una conversazione profonda, meno afferro, perché arrivo al punto in cui non so più distinguere tra l’oggettività delle cose che si dicono e le ombre di quel che vorrei si dicesse ma non si dice. Provatela a definire, a delimitare, ad acchiappare un’ombra! L’ombra sono le aspettative, i desideri, il bisogno di essere compresi e di avere esattamente quel che non si ha il coraggio di chiedere. E chi di noi, signori, ha mai esattamente quel che vorrebbe avere nell’istante in cui scopre di volerlo?
Non ci capisco più nulla, credetemi.
Qualche giorno fa ero nel bel mezzo di una telefonata di questo tipo. In cui la sensazione, durante e dopo la chiamata, è stata quella di non averci capito una sega, dal principio alla fine. Un’ora e mezza di seghe, se mi passate il francesismo.
Il fatto è che, da un lato, le cose – tutte le cose – sono drammaticamente complicate, labirintiche, frammentate da milioni di specchi deformanti. Dall’altro sono semplici in maniera disarmante. E ciò che le rende semplici, tutte le cose, sono i fatti.
A una persona che mi chiede: posso parlarti sinceramente?, l’unica risposta sincera sarebbe stata: no, voglio che tu agisca sinceramente. Se una persona dice: mi sei cara, mi aspetto che me lo faccia capire a gesti (e non quelli dell’alfabeto muto). Quando mi sento dire: ti voglio bene, desidero che quell’affetto assuma una forma intelligibile, concreta, fattuale. Altrimenti, credetemi, sono solo parole, e le parole sono solo seghe.
Ecco, poteva sembrare un post cervellotico. In realtà, è soltanto un post molto banale. Il cui concetto è: se vuoi che creda alle tue parole, sinceramente, falle seguire dai fatti, semplicemente. Tutto qui.
V
P.S.
Una strana comunicazione di servizio, che non semplifica le cose o forse sì.
Questo post, scritto una decina di giorni fa, aveva un interlocutore ben preciso, nascosto in quel “tu”.
Poi, dopo averlo scritto e indirizzato, ho cambiato idea e, siccome di quel “tu” a un certo punto me ne è fregato meno di niente, credevo non valesse la pena pubblicarlo.
Infine, siccome quel “tu”, oggi, non ricordo nemmeno più chi diavolo sia, e pensando che è pur sempre un post che contiene un’idea in cui credo, ho deciso di pubblicarlo. Tutto qui!

12 Responses to “Credetemi (e se non riuscite ad arrivare alla fine del post, sappiate che vi capisco)”
è una vita che m’ingarbuglio nelle parole , pensando se corrispondono ai miei pensieri, sono anni che parlo credendo di esporre bene i concetti..è da pochi mesi…che fortunatamente ho vicino persone che si creano lo stesso tipo di sega mentale, ed io pur esponendo i miei concetti SINCERAMENTE, sono ancora qui a pormi delle domande analoghe alle tue..insomma a farmi delle pippe…ma spesso anche dopo azioni dirette…e finalizzate al chiarimento…se gli individui che ci circondano sono simili a noi si pongono le stesse domande anche sui fatti…temo sia un tunnel Valentina…non ne usciremo mai ..nè con i fatti nè con le parole.
la tua affezionata follower….
By Eugenia on apr 24, 2010
Sinceramente e semplicemente: due bei concetti puliti, chiari e netti.
Come si può sbagliare al punto da portare una persona a cancellarti dalla sua memoria?
By Angie on apr 24, 2010
@ Eugenia: la più bella delle mie follower!
Probabilmente è un tunnel, sì, dal quale persone arzigogolate come noi fanno fatica ad uscire. Ma una cosa continuo a crederla: la semplicità per molti è un punto d’arrivo, una conquista e un privilegio. E sai che soddisfazione, quando ci arriveremo!
@ Angie: non così chiari, purtroppo, né così netti. E pure un po’ sporchi, a dirla tutta…
Nessuno ha sbagliato niente. Dimenticare è come partorire: qualcosa esce da te e inizia una propria vita autonoma, altrove.
Non mi interessa niente dividere colpe, meriti e giusti e sbagliati, nei rapporti. Non sono una contabile, grazie a dio. E nemmeno dio, grazie ai contabili.
By VforValentina on apr 24, 2010
Bellissimo il titolo di questo tuo articolo, come sono bellissime l’ultime due righe che hai scritto e… scappo ma torno più tardi, perché avrei alcune cose da dire, “sinceramente”…
Buon pranzo!
By arthur on apr 24, 2010
Beh, una parola fare seguire semplicemente dai fatti il significato delle parole, anche perché l’equivoco potrebbe esserci anche lì.
Io, per esempio, sono una persona che ha bisogno di esternare i propri sentimenti magari con dei gesti… un buon giorno dato con un bacio ha per me un significato diverso, ma quante volte mi sono scontrato con chi invece quei gesti non li capisce, magari perché non li conosce e allora…
Hai ragione quando dici che comunicare è un bel casino, ma solo perché alle volte non ci poniamo il problema con chi stiamo comunicando, della sua costruzione mentale, perché per essere sulla sua lunghezza d’onda, dobbiamo necessariamente avere qualcosa in comune, o quanto meno, sforzarci di trovarla.
Ho un amico con il quale alle volte mi accanisco in discussioni che sembrano impossibili, siamo l’opposto l’uno dell’altro, in genere parto sempre con la premessa (scherzando…) del “non sono d’accordo”, tant’è che ormai è diventata nella mia compagnia una favola, eppure ci capiamo, abbiamo in comune la voglia di immedesimarci nelle idee dell’altro e, malgrado certe visioni agli antipodi, riusciamo a comunicare senza avere mai l’impressione di aver discusso per niente.
Ecco, credo che tutto alla fine stia in questa semplicissima cosa, nella aver voglia di condividere se non dei punti di vista, quanto meno il desiderio di non discutere solo per farlo, perché anche dal dissenso s’impara qualcosa.
Certamente, un conto è discutere faccia a faccia e altro è discutere nascosti dietro ad una tastiera ed un video, ma credo che, pur mettendoci l’equivoco che ci sta tutto, se la voglia c’è, si può superare qualsiasi ostacolo, magari senza domandarsi troppi se e troppi ma, prima e dopo.
Comunicare è un bel casino, ma non è impossibile farlo.
ps: al di là del “tu”, che sia esistito o meno, è sempre un bene comunicare le proprie idee, soprattutto se ci si crede.
ps di ps: non è poi così negativo essere arzigogolate, anzi, aiuta a pensare…
By arthur on apr 25, 2010
@ Arthur: una persona autorevole nella mia vita, settimana scorsa ha detto: «Tu non sei complicata. Sei una donna complessa, ma non complicata». Mi sono vergognata a chiedere lumi, in quanto per me le due parole sono assolutamente sinonimiche. [A proposito del tuo "arzigogolata".]
Ma, a parte questo, nel post gioco sporco. Il fatto che questo pezzo sia nato in relazione ad un “tu” ha il suo peso. Perché la cosa miracolosa di certi rapporti, di certe alchimie che si vengono a creare, è che non hanno alcuna complessità. Nascono e diventano subito facili, il che non significa semplicistiche o superficiali.
Quello che presento qui è l’esempio di come non deve essere un rapporto, e dell’incubo che può diventare l’avere a che fare con le persone sbagliate, quelle che non ci capiranno mai, quelle che non capiremo mai, quelle che travisano la nostra vera natura e non la rispettano. Diventa la sagra dell’incomprensione, dell’errore, della perdita di tempo e dell’esasperazione.
Fortunatamente, non è detto che debba andare sempre così.
Buona domenica, Arthur!
By VforValentina on apr 25, 2010
Oops… arzigogolata non era un mio termine, ma tuo…
(la tua risposta ad Eugenia… )e comunque, non conoscendoti, non mi pronuncio, anche se forse capisco cosa intendeva quella persona.
Buona domenica anche a te, Valentina!
By arthur on apr 25, 2010
amo, adoro e temo le parole e sono affetta da ansia da prestazione esegetica (intendendo per ‘esegesi’ l’interpretazione critica non solo di quel che mi si dice ma anche di quel che a me capita di dire).
sto cercando di guarire, affidando il mio senso critico ai fatti più che alle parole, ma mi par comunque di capire che trattasi di malattia comune.
By mich on apr 25, 2010
@ Arthur: sì, me ne sono resa conto a commento già pubblicato… sai, sono i neuroni della domenica mattina, pigri e intorpiditi…
@ Mich: malattia comune ma, spero, non inguaribile, altrimenti stiamo freschi…!
By VforValentina on apr 25, 2010
ma guarda che questa faccenda del complesso e complicato lo hanno detto anche a me, una mia amica molti anni fa’! E la differenza c’è!
ci feci anche un post ma non mi ricordo come si chiamava
se lo trovo te lo segnalo
baci, marina
By marina on apr 25, 2010
Io per anni, al liceo, per tutta l’università e anche qualcosa in più, ho creduto fortemente nella visione della vita di Pirandello – l’incomunicabilità, le parole che sono assumono significati completamente diversi a seconda di chi le dice perchè le persone sono mondi a parte e il paradosso di voler comunicare pur sapendo che quello che dico io non è la stessa cosa che capisci tu e che il significato che io attribuisco alle tue parole è diverso da quello che tu hai dato loro in origine… e il miracolo, bellissimo, del rapporto con quelle rare persone con cui sentivi che il significato delle parole era lo stesso per entrambi.
Poi qualcosa è cambiato: pur nel mio ostinato realismo ho iniziato a vedere il mondo sotto una luce meno negativa e ho lasciato da parte le cosiddette seghe mentali (per lo meno in questo campo…).
Di recente, dopo anni di comunicazione senza ansie, mi sono ritrovata di colpo sbalzata indietro alle aule del liceo: ho vissuto per quasi un anno circondata da persone con cui avevo la certezza (non la sensazione o il pensiero) che la comunicazione avvenisse su due piani separati e perfettamente paralleli, che non si incontrano mai nemmeno all’infinito… Conversazioni costellate da “Ho capito cosa vuoi dire” (che non dicevo io e che è indice proprio del fatto che, invece, non si è capito niente) e poi riportate ad altri di fronte a me, quindi senza malizia, con un senso tutto diverso da quello originario. E, quindi, la domanda terribile: ma per queste persone, quindi, io sono così? Mi CAPISCONO così? E’ orribile la sensazione che esista per loro un’altra Francesca che io nemmeno conosco e che non posso controllare…
By Francesca on apr 26, 2010
@ Marina: se lo trovi, voglio assolutamente leggerlo!
@ Fra: esatto, la visione pirandelliana della vita… l’avevo quasi scordato, il Pirandello, ma è proprio così. Mi ritrovo pienamente in una prospettiva in cui non esiste “una” Valentina ufficiale – per così dire – ma tante quante sono le persone con cui mi relaziono, e questo è davvero stancante, faticoso e, alla lunga, persino alienante.
Può piacere come ci vedono alcune persone. Può non piacere, o disturbare, come ci vedono altre. Io, però, sono arrivata ad una conclusione opposta, rispetto alla tua. Ed è che io sono (e mi sento) tutte quelle Valentine, quelle piacevoli e quelle spiacevoli, quelle che sento più mie e quelle quasi estranee. Cosa che, di fatto, non migliora la situazione…
By VforValentina on apr 26, 2010