Prendo in mano Amore Liquido di Bauman, e cerco di far tornare i conti leggendo. I conti sono le relazioni, e leggere non aiuta.
Ciò su cui in queste settimane ho riflettuto molto sono i legami. Più propriamente, i legami d’amore.
Legame – legaccio – legare. Sono termini che fanno paura e rimandano a un immaginario di clausura, prigionia o asfissia.
Mi piace abbastanza il termine “legame”, ma non mi piace il termine “legare”. Preferisco “impegno“. Non c’è stata volta, nella mia vita, in cui impegnarmi in qualcosa (un compito in classe, un’amicizia, un esame o una relazione) non mi abbia alla fine ripagato della fatica. Talvolta è stato anche il solo atto di impegnarmi, di metterci del mio, di crederci e andare avanti, il “premio”, e nient’altro. Non è che tutto deve sempre provenire dall’esterno a dirci quanto siamo bravi belli e fighi.
Mi piace il termine “responsabile“. Mi piace il termine “riconoscere” (io mi riconosco in te, e tu mi riconosci. Tra mille milioni di persone e possibilità, tu riconosci proprio me… è un pensiero vertiginoso!) Mi piace il termine “relazione“, essere “in” relazione. Mi piace l’attimo di eternità che c’è in quella piccola particella.
Poi l’eternità finisce, e inizia il vocabolario del disamore. Dove non mi piace quel che leggo. Perché, anche se la rottura l’ho voluta io, anche se la rottura è stata un atto di democrazia e comune volontà, “rottura“, “abbandono“, “addio” sono termini che non mi piacciono lo stesso. In quell’abbondanza di lettere e sillabe, c’è tutto un intero requiem che suona per te, per me, dall’Introitus alla Communio passando per il Dies Irae e il Lacrimosa.
Senza considerare che, in ogni rottura, c’è uno dei due che volta le spalle e se ne va; mentre l’altro, per un po’, rimane ancora legato. E’ un’immagine triste, come quelle bandiere per gran parte scollate dall’asta e sono lì lì per scivolare a terra. Come le camicie messe ad asciugare, quando un colpo di vento ne stacca un braccio dallo stenditoio. Uno resta, uno va.
Non mi piace nulla di tutto questo. Chiedo solo di vivere “in” quell’attimo di eternità, e che rimanga tale a dispetto di ciò che accade intorno. Chiedo solo che, mutatis mutandis, un sentimento o un legame non si trasformino per forza nel suo opposto, la morte in luogo della vita, l’indifferenza in luogo del riconoscimento dell’altro, la rabbia invece dell’affetto.
V
È buffo. La prima volta che ho scoperto il tuo blog (l’altro, quello prima del dopo) è stata cercando “amore liquido” su google. Era un momento di epifania: nelle pagine di un libro avevo trovato chiaramente esposti i motivi della mia alterità rispetto a una visione dei legami che non riuscivo (riesco) ad accettare. Tra tutte le parole che citi quella che mi fa più rabbia e la “rabbia”. E, da persona estremamente mite, provo ancora rabbia per chi mi costringe ad abusare di questo sentimento.
@ GP: be’, sì, è una coincidenza curiosa… O io parlo sempre di Bauman, oppure è il Caso, nella sua accezione più ampia.
Mi piace molto quel che dici, specie nell’ultima affermazione.
Io, invece, da persona intimamente corretta, rimango delusa e ferita dalla scorrettezza altrui. E’ qualcosa che mi sconvolge dentro, vedere persone amate o a cui ho voluto bene – apparentemente ricambiata – diventare improvvisamente dure, lontane, aggressive o, appunto, scorrette. Questo solo mi fa una rabbia incontenibile…
Anche questa è una forma di abuso nei miei confronti, come dici tu. Per me intollerabile. L’unica che non riesco mai, in alcun caso, a perdonare.
(mi ritrovo tanto, tanto nelle ultime righe che hai scritto…)
Mia cara,
è tempo di riflessione anche per me. E infatti pensicchiavo che le relazioni hanno proprio questo di paradossale, il rovescio della medaglia, che spesso corrisponde, mutatis mutandis, alla totale negazione. Negazione dell’amore, di questo magico evento che hai descritto nel post, il riconoscersi, il prendersi cura dell’altro, l’esclusività dei pochi attimi insieme.
Un bacio
@ Laura: mi fa piacere che condividiamo!
@ Sara: la negazione di quel che un attimo prima c’era, e l’attimo dopo non più, è un atto talmente violento, dispotico e annichilente che, se ci penso, mi vengono i brividi.
Sia che lo si subisca o lo si agisca, è comunque la rottura di un patto, di un sodalizio, di un codice di simboli e significati condivisi fino ad un istante fa e ora rinnegati. Che c’è di più brutto?
Come scriveva Groucho Marx: «”Amo” è la parola più pericolosa per l’uomo e per il pesce»…
Un bacio a te, cara.
Mi piace molto questa tua analisi sui termini, anche se non vedo molta differenza tra legame, legare, legaccio (ecco, forse quest’ultima parola la toglierei…) e impegno, dove quest’ultima la vedo senz’altro se legata alla scuola, al lavoro, ma poco per quanto riguarda ciò che esiste tra due persone.
E’ un paradosso, in effetti, per uno come me che crede di amare molto la sua libertà, non intesa come arbitrio ovviamente (il mio prossimo post parlerò di questo…), ma solo perché tra due persone che stanno insieme, non può esserci soltanto l’impegno, che se ci pensi non è neanche una cosa bella, invece ci vedo senz’altro il legame, che è poi quello che mi fa sentire in sintonia con la persona che ho al mio fianco, perché legame è non solo amore, ma anche tutto quello che ci sta dietro, desiderio, passione, e perché no, anche dedizione.
Sull’addio, invece… beh, sembrerà strano, ma non ho mai avuto problemi in merito, non “siamo” mai arrivati all’odio, all’indifferenza, ma forse perché l’amicizia ha preso il sopravvento e, anche se si è sbiadita nel tempo.
Ricordo solo un episodio spiacevole con una mia ex “fidanzata”, con addirittura un anello che le avevo regalato che mi è stato recapitato con stizza ed io con altrettanta stizza, l’ho buttato nell’immondizia, ma ti sto parlando di amori giovanili, 16, 18 anni, quando forse non c’era neanche la consapevolezza di ciò che si stava facendo.
Però non mi meraviglio di ciò che dici, e lo ritengo anche abbastanza “normale”, (molto tra virgolette… ), perché in un rapporto che finisce, c’è spesso il sopravvento di rivalse che magari erano lì in un angolino, un po’ sopite, e quella diventa l’occasione per farle venir fuori.
E’ triste, condivido il tuo pensiero, ma “quell’attimo di eternità” per rimanere tale, deve esserci dentro, altrimenti, è solo una porta sbattuta e magari anche qualche cattiveria urlata, giusto per non farsi mancare nulla.
Scusa, mi sono dilungato, ma spero di essere stato chiaro.
@ Arthurt: ho letto due o tre volte il tuo commento, provando a immedesimarmi. Ma non ci sono riuscita. Continuo a preferire la parola “impegno” a “legame” (sai, è così facile, quando non va più, slegare un legame… così facile, e così leggero, e non richiede nessun “impegno”, nessuna “responsabilità” verso l’altro!)
E’ interessante, e lo sento molto mio, quel che dici invece sulle rivalse. E’ vero che spesso escono fuori da un angolino nel quale erano rimaste relegate per un sacco di tempo. E più tempo sono rimaste relegate, più violenta sarà la rivalsa – generalizzando.
Non scusarti! E’ sempre un piacere riflettere assieme a te…
Quello che dici, l’impegno in contrapposizione al legame, mi ha fatto venire in mente la distinzione che generalmente si fa tra convivenza e matrimonio, come se fosse possibile che un pezzo di carta possa renderci più responsabili, anzi, qualcuno dice che c’è più impegno, appunto.
Ho sempre contestato questa affermazione, perché la ritengo priva di fondamento e le statistiche in merito mi danno ragione, e sicuro del fato che la rottura di un legame porta comunque sofferenza, considero l’impegno qualcosa che se c’è, esiste in ognuno dei due casi.
Ma… forse diciamo la stessa cosa, solo che diamo alle parole dei significati diversi, diciamo che “impegno” mi fa venire in mente qualcosa di predeterminato, come dire, devo studiare e quindi m’impegno, mentre invece il legame lo vedo come un qualcosa da scegliere, forse più spontaneo in questo senso, ma non per questo meno responsabile.
Al di là di tutto… condivido il piacere della riflessione.