Il laureato (sulla voglia e il desiderio)

Domenica pomeriggio, approfittando di una giornata di pioggia, ho guardato per la prima volta Il laureato. Non che non ne conoscessi la storia, alcune scene e, soprattutto, la bellissima colonna sonora. Ma non mi ero mai presa la briga di vederlo. Un po’ come è accaduto per Qualcuno volò sul nido del cuculo o La grande abbuffataAustralia (be’, questo qui potete serenamente saltarlo). Insomma: ci sono film che conosci anche senza averli mai visti, ma questo laureato andava proprio visto.

Poi, siccome mi è piaciuto moltissimo, sono andata a fare quattro passi tra le recensioni, e devo dire che non mi trovo d’accordo con nessuna di quelle che ho letto. La maggior parte di esse mette l’accento sull’aspetto, tra virgolette, politico della vicenda, quella rottura dell’anticonformismo borghese che precede di qualche mese il Sessantotto. Non che manchi questo aspetto, per carità. Ben Braddock è un gran testadicazzo, fa a modo suo e non sta a sentire nessuno. Galleggia in piscina, disfa letti d’albergo e, a 21 anni, ha la vitalità di una triglia morta, finché… Finché incontra lei. E anche con lei riesce a comportasi da gran testadicazzo.

Il fatto è che Il laureato non è una storia politica e non è una storia d’amore – tanto meno una storia d’amore a lieto fine. Certo, il lieto fine c’è. Ma non è poi così lieto. Qui sta la straordinarietà della vicenda e di chi l’ha diretta. Questo film è un manifesto ante litteram della nostra società. E’ la locandina visionaria di quel che si trasmette oggi su questi schermi che sono le nostre vite.

Ricapitolando: c’è un ragazzo-uomo annoiato. Ha raggiunto un obiettivo (la laurea) ma non ne ha un altro in vista. Il fatto di non avere un altro obiettivo in vista lo rende sociopatico e annoiato, e lo fa cadere tra le braccia di un’altrettanto annoiata signora quarantenne. Ci si diverte un po’, cammin facendo le dice anche cose terribili (tipo che lei è patetica, che la loro liaison è squallida e che andare a letto con lei è quanto di più brutto abbia mai fatto in vita sua), ma continua a vederla.

Quando incontra Elaine, che è bella, giovane e fresca, decide di volerla. La vuole. E fa cose da matto pur di averla. Corre, sbraita, mente. All’improvviso la triglia dà un colpo di coda e si dimena affannosamente nell’acqua.
Il punto è che lui non sa niente di lei (e lei non sa niente di lui, se non che è andato a letto con sua madre, ma questo sembra non impedirle una deformata visione romantica di quell’ometto lì) e non è esattamente lei che vuole. Vuole l’obiettivo, vuole l’adrenalina, vuole avere uno scopo. Ma poi, quando lo scopo è raggiunto e lui scappa con la giovane e fresca Elaine, non c’è spazio che per un magro sorriso e, subito dopo, il vuoto. Sapete quel tipo di faccia che si fa quando per la testa passa la mefitica frase «E adesso?».

Quei due non hanno un progetto, non hanno un desiderio, non hanno nulla. Nel loro sguardo perso e vuoto galleggiano i resti della triglia morta-rediviva-morta, galleggia lo stesso vuoto pneumatico che c’era all’inizio, perché volere è diverso da desiderare, perché volere, il più delle volte, è un capriccio che si esaurisce nell’arco di poche ore.
Nessuno, quando esce a fare shopping, dice «Desidero un paio di scarpe nuove», ma dice: «Voglio un paio di scarpe nuove». Il grande guru del Nulla contemporaneo, Moccia, non ha scritto «Ho desiderio di te», ma «Ho voglia di te». E questo perché è più facile togliersi una voglia che realizzare un desiderio. La voglia è una sensazione epidermica di facile consumo, e infatti si consuma in fretta. E’ un prurito. Il desiderio, invece, è un fuoco che arde e che – scusate il gioco di parole – hai voglia ad estinguerlo!

Ecco, Il laureato è tutto questo: uno straordinario affresco sociologico di quel che siamo oggi, spinti per inerzia a volere qualcosa che non ci appaga e non potrà mai appagarci, ma ripagati in parte dalla facilità con cui riusciamo a ottenerlo.

V

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7 risposte a Il laureato (sulla voglia e il desiderio)

  1. Luca scrive:

    La recensione più bella di un film che abbia mai letto
    comunque Hello darkness my old friend I’ve come to talk with you again

  2. VforValentina scrive:

    Grazie Lu! (E io direi: Goodbye darkness, my old friend…)
    :-)

  3. Laura scrive:

    Vorrei avere un decimo della tua lucidità e del tuo acume nell’analizzare quello che vivi e osservi… (E mi hai fatto riflettere sul fatto che uso e scrivo “desiderio/desiderare” solo per persone o cose davvero speciali… E’ una distinzione non da poco, in effetti!)

  4. VforValentina scrive:

    @ Laura: e che te ne faresti di dieci volte di acume? Non serve a nulla, credimi… E poi non penso di averne così tanto, anzi! :-)
    La distinzione tra voglia e desiderio è di Bauman, l’acume è tutto suo…

  5. arthur scrive:

    Ho visto il laureato parecchi anni fa e l’ho sempre considerato un bel film, con un Dustin Hoffman eccezionale anche e soprattutto in quella sua prima apparizione (se non sbaglio), una conferma che via via ha trovato riscontro, con film come Un uomo da marciapiede, mitico, Cane di Paglia, Piccolo grande uomo, ineguagliabile…

    L’occasione di leggere questa tua recensione, mi è servita per far mente locale sul film che ricordo vagamente, ma mi piace vederlo nell’ottica dell’affresco sociologico di quel che siamo noi oggi, anche se l’aspetto politico della rottura dell’anticonformismo borghese che precede il ’68, io continuo a vedercelo tutto.

    Ma solo perché l’uno non esclude l’altro, in più che già allora c’era l’equivoco tra il volere e desiderare, che poi s’identifica con il possedere a tutti i costi, che già nel ’68 veniva contestato con determinazione.

    La verità è che ogni epoca si porta dietro le sue contraddizioni ed oggi, più che mai l’analisi che hai fatta trova riscontro; viviamo in una società che sembra si sia votata al “conformismo d’eccezione”, l’omologazione dei desideri, che per necessità di cose, non tiene conto del desiderio, o piùttosto è meglio dire che si pensa di desiderare, (fama, soldi…) ma non ci si rende conto che si diventa sempre di più un ingranaggio di un meccanismo che “desidera” soltanto portare avanti i suoi d’interessi e questo, se me lo concedi, è molto triste.

    Insomma, corriamo il rischio di diventare anche noi “usa e getta”, se non lo siamo già.

    Bella recensione!

  6. VforValentina scrive:

    @ Arthur: lo siamo già, di questo ne sono sicura… (e scusa la brevità della risposta, ma ho un treno che mi aspetta!)
    Voglio però aggiungere una cosa: è molto triste, ma non è detto che dovrà sempre e per sempre essere così. Credo che si potrà cambiare. Anzi, che si dovrà. Per sopravvivenza, se non altro.

  7. simple scrive:

    Come un enorme fast food emotivo ( e una lucidità fuori dal comune, la tua)

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