Se telefonando
18 aprile 2010 – 11:36
Quando stavo con M., il primo e forse più importante dei miei uomini, le nostre telefonate avevano un che di fortuito, rocambolesco e romantico.
Lui studiava a Milano, mentre io stavo finendo il liceo a Imperia. Era il periodo in cui i telefoni portatili erano pochissimi, grandi come baguette, e costavano un botto. Io, ovviamente, li odiavo – mi sembrava fossero oggetti volgari. Nessuno dei due ne possedeva uno.
Per sentici, M. doveva telefonare a casa mia (con tutto che all’inizio la nostra storia era, come dire, non proprio ufficiale) e io dovevo chiamare un centralino che, se andava di culo, suonava libero e, se proprio era la mia giornata fortunata e M. era in camera, avevamo a disposizione 20 minuti per parlare. Altrimenti ciccia. Il più delle volte era ciccia.
Era il tempo delle schede telefoniche colorate (sulle quali, con l’uniposca, scrivevo la data di utilizzo) e dei telefoni pubblici. Quello in piazza Calvi era il mio avamposto. Qualche volta c’era Silvia con me, e passeggiavamo davanti a quella cabina aspettando l’ora giusta per chiamare, ché, a quel tempo, spesso ci si dava un appuntamento anche per sentirsi.
Ed era il periodo in cui leggevo Roland Barthes, che ha scritto le pagine più belle sulle dinamiche tra innamorato e telefoni (tirare su la cornetta per sentire se è libero, non allontanarsi mai più di qualche metro dall’apparecchio, urlare ai propri genitori di non tenerlo occupato e, nei casi più estremi, evitare di uscire o farsi la doccia per non rischiare di perdersi la chiamata, con il cuore che, a ogni trillo, saltava in gola e cercava di uscire dalla bocca per arrivare a rispondere per primo).
Insomma, in quel continuo picchettare telefoni c’era della magia, c’era del sogno in quel rincorrersi e chiudersi in camera o abbracciare un apparecchio arancione mentre le macchine strombazzavano a pochi metri da noi. C’era poesia. C’era incanto.
Quella è stata la mia educazione sentimentale.
Sono rimasta sensibile all’affaire telefono. L’avvento in massa dei cellulari, gli sms (i primi ricordo che li trascrivevo su un taccuino, ne contavo i caratteri, li imparavo a memoria), la possibilità di beccarsi in ogni momento e in ogni luogo… be’, mi parve il paradiso in terra. Il paradiso in terra, come ogni paradiso in terra che si rispetti, ha però un grave limite: ha la data di scadenza stampigliata con chiarezza sul retro.
Oggi come oggi ho due telefoni cellulari, un fisso a Milano, un account Skype, un fisso a Imperia (che non è lo stesso numero dei miei genitori, ma una linea distinta) e qualcosa come tre o quattro caselle di posta elettronica. E in tutta questa ricchezza di mezzi di comunicazione, aggeggi, caricabatterie, password e prese della luce intasate (i pin ho capito subito che erano al di là delle mie possibilità mnemoniche e li ho eliminati in un batter d’occhio), be’, non mi sono mai sentita così vuota e sola e povera di parole. Quelle che contano, intendo.
V

7 Responses to “Se telefonando”
io avevo la baguette nel 1993 nascosta nella giacca e o nella borsa perchè un pò mi vergognavo…però ricordo benissimo il tempo del militare quando nelle cabine si andava solo a gettoni altro che schede:) tascate di gettoni o se eri fortunato cabine con le gettoniere nuove quelle che prendevano anche gli altri spiccioli….ma parliam del lucazoico
By Luca on apr 18, 2010
Be’, il lucazoico, come il valeozoico, erano tempi interessanti… Non voglio cadere nella faciloneria qualunquista del «Si stava meglio quando si stava peggio», ma dobbiamo riconoscere che “quei tempi” avevano un loro fascino…
By VforValentina on apr 18, 2010
Avevano, quei tempi, il fascino dei momenti che non ci sono più.
Ma perché avere rimpianti?
Ricordate il Teledrin? Io ne avevo uno, (lo usavo anche per lavoro) ma ogni volta che arrivava un “drin drin”, se il numero era quello giusto, correvo subito in una cabina telefonica e magari capitava di trovarla occupata, oppure il telefono non funzionava, insomma…
Quasi in contemporanea, ho comprato il mio primo cellulare Motorola, pesante e ingombrante, ma almeno le corse alle cabine telefoniche erano finite.
Leggendoti, mi è venuto in mente quell’estate a casa dei miei al mare e le telefonate chilometriche con la mia donna di allora… ‘nnaggia, in effetti era tutto così magico, le aspettative, come quelle che hai raccontato, c’erano tutte, compreso le serate passate in camera da letto dei miei, perché c’era il secondo apparecchio telefonico ed era anche lontano da orecchie indiscrete…
Sulla tua ultima considerazione, posso azzardare un… ” po’ di tristezza”?
By arthur on apr 18, 2010
@ Arthur: cosa sia il Teledrin, in realtà non lo so proprio!
Non penso di avere rimpianti: è che, come dici anche tu, quei periodi erano magici. Forse perché sono passati, forse perché, come direbbe Guccini “vent’anni… quante balle si ha in testa a quell’età” che però si indossava “come un maglione sformato su un paio di jeans”… Insomma, un po’ di amarcord, più che rimpianto.
Tristezza, dici? Probabilmente sì. Probabilmente sono delusa.
By VforValentina on apr 18, 2010
direi piuttosto che a vent’anni è tutto ancora intero… e poi sì, quei telefonini giganteschi erano proprio vergognosi, il mio primo (peraltro arrivato a università inoltrata) lo nascondevo accuratamente…e quei telefoni arancioni dai tasti scoloriti che quasi non si leggeva il numero ci davano la misura dell’impegno a raggiungersi, a cercarsi a distanza.
e anche sì, la solitudine peggiore è quella che si avverte in mezzo a parole che non riescono a toccarci.
Ma le delusioni purtroppo capitano, e per fortuna passano. Davvero.
baci,
ale
By alessandra on apr 19, 2010
@ Valentina: oh, mannaggia, non conosci il teledrin?
Non è, comunque, preistoria, (solo qualche annetto fa…), era un apparecchietto che si usava per essere rintracciati. In pratica si chiamava un numero della Telecom, si digitava un codice e si lasciava il proprio numero per essere chiamati. Nel teledrin, dopo il “drin drin”
, appariva il numero di telefono di chi ti stava cercando e così tu potevi chiamarlo, se avevi voglia, ovviamente.
E poi… beh, visto come un po’ di amarcord, mi piace, e in un certo senso un po’ tutti i nostri ricordi lo sono, se si ha la voglia di guardarli con tenerezza.
Per il resto, che dire, capisco la tua delusione, anche se non ne conosco i motivi, ma la capisco perché oggi, malgrado tutto questo comunicare, si condivide meno di un tempo, e allo stesso tempo, si è anche un po’ meno complici, che è poi la cosa che mi manca di più. Ne ho parlato tanto nel mio blog, come ho parlato tanto anche dei rapporti che si creano dietro o davanti (dipende da come si guarda…) questa scatoletta, al di là di una tastiera e di uno schermo che, spesso, per tanti, è un’ottima barriera protettiva, e probabilmente ne continuerò a parlare, perché certi meccanismi non riesco ancora a comprenderli del tutto.
Però, sono uno sconsiderato tifoso della parola e quindi, ho qualche speranza.
Cambiando discorso, ho letto gli articoli che hai scritto per “IMagine”, e li ho trovati davvero interessanti.
Complimenti!
E vista l’ora… ‘notte!
By arthur on apr 19, 2010
@ Ale: quando hai scritto «… ci davano la misura dell’impegno a raggiungersi» ho avuto un’illuminazione.
Ho capito che in realtà questo post non è tanto o soltanto un raccontino di telefoni e ricordi. Ma è soprattutto una riflessione sulla bellezza del volersi raggiungere, del voler comunicare, del “desiderio”. (E della bruttezza e della sconfitta di quando ciò non accade.)
Grazie per avermelo fatto capire.
@ Arthur: ok, posso dire con certezza di non aver mai visto un teledrin in vita mia!
Per il resto, nonostante la botta di sconforto che emerge nel finale di questo post, vedi, io condivido del tutto le tue riflessioni sulla parola e sulla speranza e sul fatto che spesso ci nascondiamo dietro uno schermo…
A questo proposito, non so se hai letto Amore Liquido, di Bauman. Contiene riflessioni interessanti su questo argomento.
Buongiorno (vista l’ora!)
By VforValentina on apr 19, 2010