Sul vivere viaggiando
30 novembre 2009 – 12:04
L’altra sera, bevendo un aperitivo in compagnia, rispolveravo il vecchio cliché della «ragazza con la valigia». Raccontavo del mio essere sempre in viaggio – mai come in questo periodo della mia vita – e di quanto la cosa in fondo mi piaccia.
Il viaggio, l’atto stesso di preparare una borsa, decidere cosa metterci dentro, fare programmi e previsioni su quel che mi andrà di indossare nei giorni a venire, censire i generi di prima necessità che non posso dimenticare (lenti a contatto, spazzolino elettrico, caricabatterie e biancheria pulita) e poi correre in stazione e aspettare fumando un treno… be’, è qualcosa che mi fa sentire viva, come se la strada corresse a perdifiato sulla mia stessa pelle.
Del viaggio, dei suoi splendori e delle sue miserie (treni in ritardo, gelati in inverno e torridi d’estate, vuoti e sinistri oppure strapieni e puzzolenti), mi piace la metafora della vita, il percorso che le rotaie segnano sulla Terra, la velocità futurista (e quindi rétro), e lo straniamento da me stessa che sanno procurare. Fin da bambina guardavo i treni passare sul pezzo di costa in cui originariamente abito, e questo faceva scattare nella mia testa fantasie di vita vissuta in movimento. Il viaggio era, già allora, il mio obiettivo.
Da quella bambina a questa donna, in mezzo sono passati centinaia di viaggi. Dai primissimi treni presi con Silvia (quando esploravamo le carrozze passeggiando su e giù, proprio come se fossero un Paese straniero), ai tecnologici viaggi di oggi – che passano rapidissimi tra musica, navigazione e qualche sciocchezza scritta su Facebook. Il viaggio è un’educazione severa e bella all’essenzialità, al progetto, alla previsione di quel che vorresti succedesse domani. E’ un modo di controllare il futuro pur essendone in balia, di affidarsi con fiducia al domani e al chilometro successivo. E’ estrema presenza a se stessi, ma anche abbandono al fato.
Sul vivere viaggiando ci ho costruito la mia quotidianità, ed è una quotidianità che mi calza a pennello, proprio come quell’abito grigio e corto che ieri ho messo in valigia, e che indosserò giovedì, nel mio prossimo viaggio. Il più importante, il più atteso.
V

12 Responses to “Sul vivere viaggiando”
Dall’ufficio in cui lavoro vedo il binario della linea adriatica ed è ad una distanza talmente ravvicinata che quando passano i treni trema persino la scrivania… Beh, è un suono, un vibrare che mi dà gioia: quando facevo l’università il treno era la fatica, ora che lo prendo per evadere, per visitare luoghi nuovi è sinonimo di attesa gioiosa, mi rassicura persino…
(sempre bello passare di qui…)
By Laura on nov 30, 2009
@ Laura: i binari del treno passano vicino a casa mia, a Imperia e, anche se ormai non ci faccio più caso, ogni volta che corre un treno si sente un vago tintinnio, un tremore lontano. Questo tremore mi ha accompagnato per tutta la mia adolescenza, ed è diventato qualcosa di più che un vibrare concreto: è diventato un vibrare quasi poetico e sicuramente simbolico. Capisco, quindi, quello che dici parlando del treno che passa vicino al tuo ufficio, e lo condivido in pieno.
(E’ sempre un piacere quando passi di qui…)
By My funny Valentine on dic 1, 2009
Associazione di idee senza apparente filo logico, la tua riflessione sul vivere viaggiando mi porta a pensare alla simultaneità delle azioni che caratterizza la mia attuale fase esistenziale… saltello qui e là, tendenzialmente facendo due cose nel medesimo tempo (forse è un preoccupante principio di dissociazione?).
Ecco, il senso del vivere viaggiando mi sa di questo: essere qui ma essere anche da un’altra parte, vivere una realtà fluttuante che dà tanto, ma chiede anche tanto… Ora io amo questo dare/avere amplificato ma ogni tanto mi chiedo… mi chiedo se c’è una stazione che mi aspetta e dove, e se sarò in grado di non mancarla…
(scusa il commento un po’ malinconico…oggi è una giornata un po’ sospesa, intrisa di pensieri non troppo certi)
bacio
By alessandra on dic 1, 2009
Buon viaggio per giovedì, allora!
PS: il post è perfetto, come sempre, ma temo di essere noiosamente ripetitiva quando ti dico che mi ritrovo nelle tue parole.
By simple on dic 1, 2009
@ Ale: non è un commento malinconico, e capisco cosa vuoi dire. Il viaggio, in sé, ha una forte componente di incertezza, di nomadismo che – alla lunga – può apparire destabilizzante. Spero che tua ricerca dia i frutti sperati, e la tua meta sarà quella che più di ogni altra desideri.
Un abbraccio.
@ Simple: grazie, cara. Non sai quanto mi fa piacere che tu trovi corrispondenza nelle mie parole…
By My funny Valentine on dic 2, 2009
Io per me amo i viaggi in macchina. Canto a squarciagola un repertorio che anno dopo anno non solo non si rinnova, ma si assottiglia, si perdono strofe, se ne storpiano molte, avvengono strane crasi: Il grande mare che avremmo attraversato, All’ultimo amico, La costruzione di un amore, La casa del serpente (con quella strofa struggente: ‘Io so soltanto che con te ho aspettato, qualche cosa che non è accaduto… ma stare a corto di pazzia mi toglie l’allegria e la voglia di mandare sangue al cuore…’), Le foglie morte (in un francese terrificante), Tom Traubert’s Blues e Martha(in un inglese degno del Celentano di Svalutation) e altre cosuccie allegre di questo tenore. Tutte cose che mi aiutano a riprendere possesso di me, dei miei pensieri (e di com’ero ieri). Cantare, guidare, lasciarmi scorrere nell’alveo, nelle cavità del mio cuore. Ricominciare a respirare. Ma la cosa più inebriante è correre da una città all’altra. In poche ore, da una città all’altra. E provare l’ebbrezza di passare da una vita ad un’altra. Da un mondo all’altro. Avere la sensazione, magari soltanto il pensiero, l’immaginazione, di poter vivere più vite parallele, contemporaneamente. Saltare da una vita all’altra. Un senso di liberazione e di potenza. La prima volta che ho vissuto un’emozione simile è stato quando per qualche mese ho vissuto tra Milano, Bologna e Firenze: e davvero vivevo vite parallele, avevo amici diversissimi, frequentavo gente diversa, ragazze diverse. Io ero diverso: uno e trino. Vabbè, si fa per dire. E da allora, ogni volta che viaggio da una città all’altra di nuovo mi afferra quella febbre. No. L’uomo non è fatto per vivere una sola vita, diacronicamente. Ma più vite, sincronicamente. E anche questa cosa noiosissima di essere qui ora e non altrove contemporaneamente è una vera seccatura. Un limite assurdo.
By Vi.P. on dic 9, 2009
sono passata per lasciarti un abbraccio e ne approfitto per augurarti buoni viaggi
marina
By marina on dic 9, 2009
@ Vi.P.: anche io amo i viaggi in macchina (specie in primavera, quando posso guidare coi finestrini abbassati), ma di fatto il treno ha un fascino rétro al quale soggiogo sempre. La costante di tutti i miei viaggi – ne parlavo ieri sera con Coinquilino – è che avvengono quasi sempre in solitaria, che, forse, è il modo più autentico di viaggiare…
@ Marina: grazie del tuo abbraccio, mi fa tanto piacere!
By My funny Valentine on dic 12, 2009
Leggo solo ora la tua risposta. Sai com’è, ho avuto un po’ da lavorare in questi giorni… E anche di notte. E di solito solo di notte mi siedo al computer. Anche oggi ho ancora le mani sporche di cemento… Il cemento è una cosa tremenda, ti si aggrappa agli angoli delle unghie e non se ne va mai via … (Nota: nessuno leggendo questa cosa del cemento potrebbe immaginare il mio lavoro). Comunque, bando alle divagazioni: concordo in pieno sulla solitudine dei viaggi. Mi permetto tuttavia di farti notare un piccolo lapsus nella tua risposta: hai usato ’soggiogare’ anzichè ’soggiacere’. Interessante lapsus, dai risvolti sado-maso. Ma anche no. In ogni caso, etimologicamente parlando, hai scambiato un ‘giaciglio’ per un ‘giogo’. A meno di non intenderlo come lo intenderebbe Dario Fo questo ‘giogo’. Vale a dire ‘gioco’… Ah! soggiacere a un gioco che ci soggioga… Be’ ora è tempo di tornare al mio giaciglio di cemento accanto alla dolce Ofelia… ‘Sweet Ophelia sleeps… Sweet Ophelia’s lips…’ (lost lips, of course)
By Vi.P. on dic 18, 2009
Secondo me viaggiando ti avvicini, non lasci mai del tutto, recuperi e vedi con occhi nuovi. E’ il mio augurio Valentina. A rileggerti
By piero on dic 24, 2009
@ Vi.P.: vero. Non so se si tratti di lapsus o ignoranza schietta, ma ho proprio preso una cantonata! Però è interessante il gioco di parole che ne trai… In fondo, sono persuasa del fatto che nelle mie parole tu ci vedi una profondità che non hanno, e che è solo riflesso della tua e non specchio della mia. Fidati!
@ Piero: anche secondo me… Grazie dell’augurio!
By My funny Valentine on gen 6, 2010