Sono colpevole di essermi interessata solo a intermittenza della politica, di chi ci governa e del malcostume dei vertici del potere. Protetta e isolata nel mio mondo di libri, citazioni e arte, ho sempre avuto l’impressione che la politica fosse una cosa sporca, nella quale non volevo mettere il naso. Ora, però, non è più possibile girare la testa dall’altra parte e dire non voglio vedere. Più è sporca, più è impossibile farlo.
Ad aprirmi gli occhi, ancora una volta è stato un libro. Acquistato in tutta fretta in un autogrill, La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio ha saputo toccare le corde giuste, quelle mie più sensibili: il depauperamento e la degenerazione del linguaggio, che rappresenta il depauperamento e la degenerazione del senso civico e morale della nostra società.
Sono una persona qualunque, e la mia indignazione per quello che oggi passa alle cronache come il «Rubygate» è l’indignazione di una persona qualunque. Datele dunque il peso che merita, che è il peso di una, nessuna e centomila altre indignazioni. Non vale di più, e neanche di meno.
Partiamo dai pruriti voyeur, dai quali nessuno di noi sfugge.
Immagini come queste mi indignano. Turbano il mio senso del pudore, entrano in contrasto con l’idea che io ho del potere politico (e che non si discosta molto da questo discorso di Pertini), dell’essere donna e della sacralità del corpo. Non voglio fare riflessioni sullo statuto morale della prostituzione. Voglio spingermi oltre.
Sono contraria, e lo sono sempre stata, all’idea – imperante nella nostra società – di “interscambiabilità” dell’individuo: se non sei tu, sarà qualcun altro. Se non riesco a corrompere te, ci sarà qualcun altro da corrompere. Se inizio una relazione, ma questo richiede un impegno e una responsabilità che non intendo assumermi, passo al prossimo partner, così da avere l’impressione di un eterno inizio entusiasmante. Perché intanto ci sarà sempre qualcun altro con cui continuare ad essere euforicamente immaturi. Se tu dici di no al mercimonio del tuo corpo per entrare in tv, pazienza; ce n’è un’altra che fa la fila dietro di te, pronta a piegarsi ad ogni compromesso. In tutta questa girandola di facce, corpi e culi, nessuno spazio è dato all’altro come “individuo”.
Riflettendo sul tema dell’«altro», Kapuscinski affermava che ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro uomo, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità: fargli la guerra, isolarsi o stabilire un dialogo. Io aggiungerei una quarta modalità, che emerge con prepotenza nella società attuale: usarlo. Come fosse un macchinario, un’estensione del proprio ego e dei propri bisogni, annullandone ogni umanità, autonomia e dignità. Nel caso specifico del “Rubygate”, tutti usano tutti, e non credo che sia più condannabile il potente che “usa” le puttane rispetto alle puttane che “usano” il potente. E’ un perfetto “passo-a-due” in cui entrambe le parti, nella piena facoltà delle proprie attività intellettuali e morali, decidono che questo tipo di scambio è equo, giusto e, anzi, desiderabile per ottenere i propri scopi. Che poi, tra gli scopi emersi leggendo le prime intercettazioni dell’affaire Ruby, ci siano «nove paia di scarpe» acquistate in cambio di una notte di orgiastica baldoria, be’, mi riempie di costernata e infelice incredulità.
Oltre alle sconce immagini di uomini e donne nude che affollano i palazzi del potere, la mia indignazione si rivolge al potere stesso, quel potere che, accecato dall’illusione di onnipotenza, pensa di poter gettare fumo negli occhi, che non dialoga con le parti avverse, che non si mette in discussione e che pensa di poter manipolare coscienze e opinione pubblica esercitando l’arroganza, l’insulto e la falsità.
In questi giorni, seguendo con attenzione dibattiti, talk show e telegiornali, mi sono resa conto che le parti chiamate in causa (mi riferisco ovviamente a Berlusconi e al suo entourage) mai una volta hanno risposto alle accuse mosse contro di loro, ma hanno sempre spostato l’attenzione su altri temi (la presunta persecuzione giudiziaria, le “calunnie” degli avversari, i significati faziosi di “democrazia” e “privacy”), non pertinenti. Faccio un esempio, e vado a pescarlo direttamente su Il Giornale.
Nel riportare la risposta di Berlusconi all’accusa di aver fatto pressioni alla Questura di Milano per il rilascio di Ruby, il giornalista utilizza un verbo decisamente eloquente: liquida. «”Una balla inventata dai giornali”, il presidente [...] liquida così l’accusa». Il verbo “liquidare”, qui usato in senso chiaramente figurato, significa “eliminazione, soppressione di un nemico“, addirittura “porre nel nulla“. Interessante anche l’elenco dei sinonimi e dei contrari (tra i contrari anche “fondare”, “mettere in piedi”). Ad ogni modo, in nessun dizionario appare il significato di “argomentare”, “rispondere” o “controbattere”.
Fortunatamente ho avuto ottimi insegnanti a scuola. Il più delle volte si incazzavano quando «a domanda» non seguiva «risposta», ovvero quando le nostre risposte, da alunni svogliati e impreparati quali talvolta eravamo, cominciavano con la storiella della rava e della fava, senza condurre da nessuna parte. Ecco, è la stessa cosa che sta avvenendo in questo momento: a quel magnifico ma ormai logoro affabulatore che è Berlusconi non ho sentito dare ancora una riposta pertinente a una domanda specifica. Ho solo avvertito il tono petulante e aggressivo del bambino che punta il dito e dice «Non è vero, gné gné. Ce l’hanno tutti con me!».
Qualcuno una volta mi disse: «Se nessuno ti capisce, prova a parlare più chiaramente». Ecco, signor Presidente, se con lei sono tutti brutti e cattivi, faccia un gesto di maturità: ci dica per filo e per segno quali sono le bugie su di lei, ci dica che non fa festini a luci rosse in un’abitazione usata anche a scopi istituzionali, che nei suddetti festini non circolano né puttane, né droga, né minorenni, né magnaccia. Non chiedo altro che una risposta pertinente e articolata. Questo basterebbe a farmi sentire meglio.
Ovviamente la serie di riflessioni innescate da Carofiglio e dal Rubygate non si limitano alle poche considerazioni svolte qui. Mi è capitato di pensare alle derive di una società moralmente addormentata come la nostra, apparentemente incapace di indignarsi e ribellarsi attivamente; e anche accecata dall’apparenza, dalla smania di possesso materiale, dall’indifferenza per l’individuo, per la sua unicità e bellezza; alla svalutazione del sesso, all’esibizione di corpi di carne svuotati da ogni vento (o anche solo brezza) spirituale; dalla povertà di contenuti dimostrati da tutte le persone coinvolte in questo pasticcio, dalla loro pochezza lessicale, culturale, intellettuale e morale; dalle storie di miseria familiare e relazionale, figli malmenati, genitori opportunisti e cinici, mogli amanti mariti abbandonati, ritrattazioni, bugie, finti fidanzati, esternazioni pubbliche, sensazionalismi patetici, lacrime in tv, ricatti, copioni mal digeriti, querele e controquerele, andirivieni negli studi televisivi, urla scomposte e strumentalizzazioni – dall’una e dall’altra parte.
Ma per tutte queste riflessioni ora manca lo spazio. Che non può e non deve più essere uno spazio solo di carta, come i buoni propositi del 31 dicembre, ma dev’essere azione, consapevolezza e reale impegno a creare, pezzo per pezzo, un mondo nuovo.