Costellazioni

25 luglio 2010 – 16:30

La vecchiaia è crudele, lo si legge negli occhi dei giovani. La vecchiaia è un continuo memento che zavorra i passi quando i passi vorrebbero staccarsi da terra e prendere il volo. Negli ultimi anni, mia nonna ha cambiato carattere: legata alla vita con un’ostinazione musona, fa di tutto per rendermi odiosa la mia giovinezza, la mia voglia di capelli selvaggi e il desiderio di non avere legami che possano trattenermi in un luogo e in un presente che non sono i miei ma della mia famiglia.

Fare l’amore con te fino a sfinirmi i muscoli del corpo, e poi decidere di abbandonare la mia terra e partire con poco più di uno spago senza valigia dentro, immaginarmi libera, sciolta da ogni responsabilità, sciolta dal pensiero che presto dovrò prendermi cura delle cose che su questa terra lascerà la mia famiglia. Le case, le campagne, i posti davanti al mare – non voglio nulla, solo preoccuparmi di fare l’amore, di muovere passi sparsi, di lavorare per me stessa, di sudare di fatica di piacere, di non dover ricordare nemmeno un volto nemmeno un nome. La vecchiaia sta qui a ricordarmi che tutto questo è un sogno irrealizzabile.

Ho guardato il Grande Carro spostarsi nel cielo nelle notti in riva al mare, come un mestolo pronto a cadermi sulla testa rovesciandomi addosso milioni di sogni irrealizzati. L’ho guardato godendo e chiudendo gli occhi, l’ho sentito scrosciare un rumore cristallino nell’attimo in cui precipitava a terra, e ogni notte l’ho ritrovato lì, uguale a se stesso ma sempre in movimento, come un vecchio utensile di rame incrostato di polvere.
Una notte, mentre si avvicinava il mattino, mi ha detto tra cento milioni di anni la mia forma sarà diversa, non avrò più nulla del mestolo minaccioso che vedi ora, ma la gente continuerà a chiamarmi Grande Carro, e allora ho capito che l’ostinata vecchiaia dei vecchi – e il catastrofico spavento dei giovani di fronte ad essa – è in quel nome eterno che ci trasciniamo dietro come un sudicio strascico di nozze ormai finite e chicchi di riso anneriti dalla strada.

Smetteremo di fare l’amore, smetteranno anche i miei sogni di fuga, smetterà l’ostinazione di mia nonna a vivere – e allora io sarò una persona diversa. E il mio nome, quel giorno, non sarò più io.

V

Tempo libero, tempo schiavo

24 luglio 2010 – 14:44

Il tempo libero è una cazzata. Quando ho del tempo libero non combino nulla, mi lascio scivolare addosso le ore come olio solare (e poi mi scotto stupendomi anche di ritrovarmi a fine giornata spelacchiata e bruciacchiata); quando, come oggi, non ho un minuto da perdere il tempo si moltiplica, mi germoglia tra le mani, acquista valore.
Il tempo libero è una disgrazia da abolire. Specie perché implicitamente pone la dualità tra libero e schiavo, tra una condizione favorevole e una sfavorevole, servo e padrone (desiderabile / indesiderabile). E si ingenera la malsana convinzione che non siamo padroni del nostro tempo “schiavo” ma solo di quello libero. E così, passiamo le giornate a patire di non aver più tempo libero, e senza amare il nostro tempo schiavo, senza mettere nulla di noi stessi in quel che siamo obbligati a fare (lavoro, impegni, responsabilità).

Al contrario, io amo il tempo quando mi afferra per la braccia e mi piega alla sua volontà. Quando mi dice: ehi, ragazzina, datti una svegliata. E io lo guardo negli occhi con aria di sfida e penso bastardo, ti faccio vedere io. E gli faccio vedere, al bastardo, che gli occhi non li abbasso e comincio a darci dentro.
Ma c’è un altro modo in cui oggi vorrei vivere questo tempo sadico che mi costringe ad amarlo nonostante il suo brutto carattere. Ed è arraffando ore e giorni vuoti di obblighi, sciolti da legami col mondo, e partire, andare via, riempiendo il tempo di spazi e gli spazi di silenzio.

V

Che palle!

24 giugno 2010 – 10:59

Che palle! Vagolando distratta per la blogosfera, incappo in qualche sitarello – malscritto, ma con punte feroci di umorismo – che parla di donne, uomini e metodi di accalappiamento dei secondi ai danni delle prime. Leggiucchio, scrollo la testa, ridacchio qua e là, approvo i rari lampi di simpatia autentica che gli sono sfuggiti di bocca, e poi vado a farmi un caffè esclamando: che palle!

Ma che palle! Cioè, mi viene voglia di indossare la maschera di Stella della Senna e andare in giro armata di spada per seccare in un battibaleno tutti quei dementi… Tutto ruota attorno a “Come portarsi a letto una donna in 10 abili mosse, che lei manco capirà che la state mettendo nel sacco perché nel frattempo sarà impegnata a recitare la parte de: l’oca / la sostenuta / la figa di legno / l’intellettuale / la ritrosa / la fidanzata coi sensi di colpa / la confusa insoddisfatta ecc”.
Che poi, magari, la poveretta sta solo fissandosi le scarpe per l’imbarazzo.

Insomma, siamo tutti nel regno dell’ovvietà e del luogo comune, me compresa. Vogliamo invece essere franchi? Ma oggi come oggi – dove tutti fanno tutto con tutti, e vivaddio – che valore hanno ancora queste “rules of attraction”? Avevano senso ai tempi di Pierre Choderlos de Laclos (che ne ha reso un affresco a mio avviso mirabile), ma oggi?

Ecco, io la penso così (e mi piacerebbe scomodare Gadamer e l’analisi fenomenologica del gioco, ma mi parrebbe sacrilego). Il gioco è cambiato. Le regole sono cambiate: ce ne sono infinitamente di più, e infinitamente meno definite. Ciò che lo rende difficile, il gioco, è che apparentemente non ha più regole. Siamo nel regno dell’illimitatamente probabile, dell’illimitatamente possibile. E’ come dire: voglio giocare a Risiko usando i tarocchi invece dei dadi, e arrivare con le truppe armate al Parco della Vittoria (e magari senza passare dal Via!). Si va verso la sconfitta rovinosa, senza che si sia nemmeno capito che diavolo è successo nel frattempo.

Il fine ultimo di questo nuovo gioco non dovrebbe essere quello di portarsi a letto una donna, ma quello di rendere indimenticabile un momento – anche se è destinato a restare solo un momento. Il fine ultimo di questo nuovo gioco dovrebbe essere quello di capire che l’obiettivo finale è mobile, sfuggente, misterioso, e che proprio nella scoperta di questo mistero c’è la bellezza del gioco stesso.

V

Il tempo che non fa rumore

22 giugno 2010 – 21:36

Una sigaretta sul balcone prima di rientrare e prepare la cena. I panni stesi, della musica che non ascolto, e anche gli occhiali che mi scivolano sul naso. Faccio un tiro e li rimetto a posto. Sono stanca, la Città oggi mi ha stancata, è una di quelle sere che mi metterei in macchina solo per guidare, una strada tutta curve coi finestrini abbassati, il mare sulla destra e nessuno che parli. Farei di quella strada un quadro in movimento, senza effetti speciali, senza suoni, poche luci. Solo qualche immagine che scivola – e nemmeno la vedo. Piccole dosi omeopatiche di sensazioni, di quelle piacevoli e minuscole come formiche che camminano sulla pelle. La pelle che rabbrividisce nel vento. Il cervello spento, gli occhi vuoti, il corpo come un’ampolla che trattiene il piacere. Poco, piano. Non ho bisogno di altro. Finire la sigaretta, rimettere ancora a posto gli occhiali, ritirare la biancheria, preparare un’insalata, perdermi pezzi di vita, perdere qualche ora in silenzio, perdere il mio tempo seminandolo su un terreno arato, aspettare. Anche la pioggia. Aspettare. In silenzio, occhi chiusi, respiro calmo. Aspettare.

V

La Sicilia è un sogno infuocato

10 giugno 2010 – 11:30

Un amico oggi mi ha detto che sono una persona “visiva”. In un certo senso è vero. Poco fa, ad esempio, mi è capitato di vedere una fotografia inattesa che mi ha riportato violentemente in Sicilia, nel 2002, e mi sono sentita vulnerabile e zoppa come un uccello senza nido.

La Sicilia per me è stato un sogno infuocato e, benché siano trascorsi molti anni, è come se non si fosse affievolito, nemmeno di poco, il richiamo di quella terra al mio cuore. La gente, i posti, il mare – e sì che di mare me ne intendo, abitando da una vita a ridosso delle onde liguri. La Sicilia di quegli anni era un vestito che mi calzava a pennello, mi scivolava addosso come una fiamma di seta e mi rendeva più bella di quel che sono. Forse ho nostalgia di quella bellezza perduta.

Ci sono frammenti di vita che rimangono lì a sonnecchiare, implacabili, e rovistano tra le emozioni e i ricordi con la luminosa, tagliente precisione delle potenzialità inespresse. Una delle mie possibili vite l’ho vissuta in Sicilia, e là è rimasta.

Quando le potenzialità diventano atto, quando ciò che è possibile diventa la vita reale, capita che tu capisca quel che puoi o non puoi fare della tua esistenza. Roma è stata una realtà che non mi è mai appartenuta, estranea, una galassia che a occhio nudo non puoi nemmeno intuire. La Sicilia, invece. La Sicilia è stata l’esatta riproduzione su tela del mio più perfetto sogno estetico, la ricchezza a piene mani, la bellezza che prende forma e incide nel marmo un’idea meravigliosa e compiuta.

Ecco, sono sempre stata sensibile al fascino dei racconti di chi vende l’anima al diavolo per realizzare un sogno, purché sia un sogno capace di cambiare la vita a dispetto dell’eternità. Il mio sogno, oggi, è il ritorno.

V

Single or not?

9 giugno 2010 – 14:47

Motivi motivatissimi per restare single.

Camerino di un negozio d’abbigliamento. Mi sto provando una maglietta, armeggio con borsa occhiali da sole pinze per capelli e braccia che sbattono contro le pareti dell’angusto luogo. Squilla il cellulare: «Ciao tesoro! Come stai? Tutto bene il lavoro?… La mia voce è soffocata, dici? No, è che mi sto provando una maglia cercando di non farmi venire lividi sui gomiti… Strana? No che non sono strana! Come? Se sono sola? … Be’, nel camerino sì. Fuori c’è la commessa… ma no! Ma cosa vai a pensare! Certo che sto bene e che ti amo ancora… Ma dai, tesoro! … Sussurro perché non voglio che la tizia ascolti la conversazione… Tesoro? Mi rivesto e ti richiamo da fuori… un istante! No, non fare così! Non c’è niente che non va, giuro! SONO SOLO IN UN CAMERINO! Cosa vuoi che sia successo da stamattina ad ora?? Ma basta! NON C’E’ NIENTE DI STRANO NELLA MIA VOCE, CAZZO! …» Click.

Motivi motivatissimi per restare single 2.

«Tesoro, pensavo di venire da te il prossimo weekend, che ne dici?», e mi frullando palpebre e cuore. «Mhm, se davvero volessi venire da me non me lo chiederesti. Verresti e basta». «Ecco, è quel che sto dicendo. Che, se non hai impegni o cose urgenti di lavoro, venerdì prendo il mezzo e ti raggiungo». «Non va bene, così. Guarda, mi fai passare la voglia! Tutte queste parole per qualcosa che dovrebbe essere spontaneo e naturale…» Bianco nel cervello (il mio). Non so che dire e quindi sto in silenzio. «Vedi? Stai in silenzio perché non sei convinta!», «Eh no, caro! Non è per questo! E’ perché mi sembra che tutte le parole le stia già facendo tu, e io non so che dire…», «Bene, allora sentiamoci quando avrai qualcosa da dire e quando davvero avrai voglia di vedermi!» Click.

Motivi motivatissimi per restare single 3.

Sto finendo di asciugarmi i capelli, alle 8 dobbiamo uscire di casa per un invito a cena. Esco dal bagno cinguettando, e lui è sul divano, tutto vestito, con braccia e gambe incrociate, torvo come un venerdì santo. Il sorriso mi si spegne sulle labbra e il cinguettio cala di mezzo tono fino all’esaurimento dello stesso. «Amore, che c’è? Qualcosa non va?», «Non mi piace aspettare…». «Oh. Scusami tesoro… Volevo solo farmi bella per stasera» e sorrido, «Non era necessario, per me sei bella in tutti i modi e, soprattutto, non intendo far tardi quando c’è un appuntamento…», «Ma sono le otto meno dieci! Mi metto il cappotto e sono pronta!». «Non è questo!», «Ah no? Pensavo… hai appena detto…». «Il punto è un altro! Il punto è che non sopporto aspettare, è tempo perso! Non sarà questo il caso, ma ti avverto che se in futuro dovessimo far tardi a causa tua, io non ti aspetterò! Una volta va bene, ma se la cosa diventa sistematica, io mi scoccio e ti lascio a casa!» Sbam!

Avvertimento: ogni riferimento a persone realmente esistenti o fatti realmente accaduti è (im)puramente casuale…

V

Come back

7 giugno 2010 – 23:32

Oddio, mi sembrano passati secoli! Mi pare fosse Pavese a dire una cosa del tipo: quando non fai niente tutto il giorno il tempo passa lentamente, ma poi ti guardi indietro e ti accorgi che è volato, perduto, dissipato; quando invece le tue giornate sono operose, sembra che le ore scorrano via veloci, ma poi ti rendi conto che quel tempo, messo a frutto, ha lasciato tracce profonde. Lui l’ha detto meglio e con meno giri di parole, ma il concetto più o meno è quello.

Questo mese delirante è finito, impiegato con fatica e abnegazione nel lavoro. Ed è stato un mese che ce ne fossero. In cui non solo ho lavorato come una matta da mattina a notte, ma in cui ho avuto tempo di leggere 10 (dieci!) libri nottetempo (di cui uno il ragguardevole Conte di Montecristo), fare una discreta vita sociale, intavolare un paio di litigate epocali, altrettanti flirt e, in coda, addirittura qualche ora di mare. Insomma il tempo mi cresceva tra le mani come l’albero della cuccagna. Certo, mi svegliavo alle 7 e mi addormentavo alle 2, avevo discrete occhiaie e un umore – diciamo così – battagliero, ma vuoi mettere.

Oggi, nelle pause metropolitane di una giornata al galoppo, ho anche pensato ad alcune cose che vorrei scrivere. Intanto, prendo di nuovo confidenza col mezzo, mi leggo qualche pagina di Dracula (anche se l’altro giorno mi sono resa conto di aver comperato il libro sbagliato e che volevo leggere Frankenstein, ma ecco, li ho confusi) e mi lascio trascinare lentamente verso una calma, appagata serenità.

V

A casa

20 maggio 2010 – 13:36

Finalmente è arrivato il sole, quell’aria calda e morbida che entra dalle finestre e illumina le stanze, le pareti bianche e azzurre, il marmo chiaro – e la riflette. C’è un senso di meravigliosa quiete, in questo sorgere tardivo di primavera, e splendore di petali colorati e mare che sfiora la costa. Ci sono la pace, l’operosità e la bellezza.

Per la prima volta, quest’anno non vedo l’ora di indossare un vecchio costume e correre in spiaggia – prima che il turismo la rovini, prima che il chiasso la gente e le macchine incolonnate mi rendano estranea la mia stessa terra. Non vedo l’ora che siano le nove di domattina per scendere a passo svelto la strada, fare qualche gradino e stendere il telo più vicino possibile all’acqua, e affondarci le punte dei piedi e guardare l’orizzonte con occhi vuoti e senza pensieri, aguzzare la vista per intravvedere la Corsica, laggiù, e portarmi un libro sulle ginocchia fino a sentire le pagine sgranocchiarmi tra le dite indurite di salsedine.

Domani sarà sempre un bel giorno, se potrò lasciarmi alle spalle per due ore il mondo, e guardare avanti abbracciata al cristallino riflesso dell’acqua, in silenzio, finché anche le pupille scoloreranno nella luce e l’azzurro diventerà chiaro sempre più chiaro e mi porterà via con sé – oltre la Corsica oltre l’orizzonte.

V

On Air

17 maggio 2010 – 11:59

Siccome di tempo ce n’è assai poco (meno di prima, e sembra quasi impossibile), lascio qui una rapida traccia di me, giusto perché di questo galoppo rimangano sulla via almeno le tracce. Palline di mollica di pane, come in Pollicino, impronte di zoccoli ferrati, una scia d’aereo che fende il cielo. Insomma, al momento attraverso la vita con la rapidità di chi sa dove sta andando. Ed è un pensiero bellissimo.

Casomai voleste seguire passo passo quel che sto combinando in questi giorni (ma solo se volete, eh?), vi lascio un link col quale già da qualche giorno trituro le scatole ai miei amici. Ora provo ad estendere il trituramento urbe et orbe. Sia mai che questa iniziativa possa essere un pochino più conosciuta, e varcare i confini della nostra bella regione ligure.

L’allestimento della mostra di cui mi sto occupando è tutto qui, in diretta. On Air.

V

Cose fatte in una buona giornata

13 maggio 2010 – 09:06

L’altro giorno è stato un buon giorno. Ho fatto delle cose che mi hanno procurato profondo benessere. Le elenco.

1. Ho ritirato il nuovo MacBook Pro (roba da acquolina in bocca). Ho pure comprato nuove e tecnologicissime cuffiette  per l’iPhone.
2. Sono inciampata per strada perché ho messo il piede su un tappo di bottiglia. Interpretata la faccenda come un Segno, sono andata a fare un aperitivo reclutando in quattro e quattr’otto un amico.
3. Mi sono dedicata alla lettura di alcune feroci critiche raccolte nello spassosissimo volume aNobii, il tarlo della lettura. Ve ne riporto qualche stralcio, perché ne vale la pena. (E’ superfluo precisare che le condivido in pieno?)

Il Piccolo Principe

Dicono: «Buonista, fesso, vigliacco, scontato, detestabile. Un concentrato di cialtroneria». (E mi verrebbe voglia di incitarlo, quest’Uomo Letterariamente Perfetto: sì, così, ancora! … Musica per le mie orecchie…)
Rincarano: «Esprimendosi è facile si venga travisati, quanto più il proprio stile si asciuga quanto più arriva vicino alla frase lapidaria e marmorea, quanto più finisce nelle smemorande, negli sms e in altre frequenti collezioni del luogo comune». (Freddo, chirurgico, meraviglioso nel suo distacco snob.)

Baricco, in genere

Dicono: «Ma ve la ricordate la polemica con Giulio Ferroni perché la critica lo commentava senza leggerlo e quelli gli rispondevano “No, guarda che ti leggiamo, è che ci fai cagare”? Un mese, c’è andato avanti… Va beh, nel caso [di Seta] trattasi di peregrinazioni trombanti di produttore di seta dal Veneto alla Cina e ritorno, in un arco temporale tipo trentennale che Baricco magistralmente  condensa nelle solite sette-otto paginette espanse a novanta coll’astuto stratagemma di stampare in Tahoma 82. Poi ci hanno fatto su un film che regista e attori ancora scappano». (Nulla da aggiungere. Delizioso!)

Niccolò Ammaniti

Dicono a proposito di Come Dio comanda (occhio che siamo in presenza di un esempio di perfezione critica): «C’è chi si lamenta perché manca il finale; a me sembra che manchi anche il romanzo».
Un altro (perversamente e cattivissimamente umoristico) tuona: «Il fulmine sulla copertina spero sia finito sulla casa di Ammaniti»…

Per quanto mi riguarda, io, l’Ammaniti, mi rifiuto di leggerlo. Anzi, prendendo a prestito un’altra bruciante battuta (scritta a proposito di quell’altro polpettone misticheggiante e fricchettone che è Siddharta) mi viene da dire: «Se questo libro non mi ha cambiato la vita è solo perché non l’ho letto».

Adoro…

V